Oltre che in qualità di notaio e giudice, è attestato come rimatore e chiosatore italiano del Trecento, noto soprattutto quale cultore e testimone della prima memoria e fortuna di Dante Alighieri.

Biografia

Figlio di un Ugolino di Fuscolo, Domenico Mezzani, comunemente conosciuto come Menghino, in originario dell’area ravennate,, è documentato dal 1317 come giudice ordinario e notaio. A testimonianza della sua attività professionale sono pervenuti alla modernità parecchi documenti da lui rogati e altri in cui figura come teste o procuratore, secondo Bellomo sino alla fine degli anni Settanta.

Tra gli incarichi pubblici detenuti, operò inoltre dal 1330 all'interno di una commissione per la revisione statutaria cittadina, mentre nel 1348 fu a Pisa tra i notai del podestà.

Sposato con una Giovanna († 1352), ebbe numerosi figli, alcuni nomi dei quali, Ugolino e Catterina, sono riportati. Morì tra il 1375 e il 1376, il 9 novembre 1376 secondo Bellomo.

Fu professionalmente legato alla nobile famiglia ravennate dei signori Da Polenta, per quanto attenne all'ufficio di notaio delle «riformazioni» dal 1328.

Tra la metà del 1357 fino al 1359 o 1360 fu a lungo imprigionato per cause politiche, sotto la signoria di Bernardino da Polenta, figlio di Guido. L'ultimo rogito risale al 1360.

Rapporti con Dante e attività letteraria

Secondo una lettera di Coluccio Salutati datata 2 ottobre 1399 e diretta al cancelliere Niccolò da Tuderano, proprio Mezzani, «notus quondam familiaris et socius Dantis nostri» [conosciuto come amico personale del nostro Dante] ed esperto della Divina Commedia, era personaggio ideale cui chiedere un esemplare corretto dell'«opus divinissimum», magari recante le sue chiose alla Commedia: chiose che gli studiosi non hanno ancora individuato malgrado ricerche in atto.

Secondo Campana, si desume dal suo epistolario«Epist. III, 374-375 e 383, 388.» che Salutati era stato informato della destinazione dei libri che erano stati di Mezzani ai signori da Polenta e che ne richiedesse esemplari, nei quali «Mehus e altri eruditi» ravvisavano un «commento» e così lo stesso curatore dell'epistolario Novati, mentre Corrado Ricci «i sommari metrici».

Sarebbe stato Boccaccio stesso a riferire a Salutati che Mezzani da giovane era stato amico di Dante durante il suo "esilio" ravennate.

Il dato dell'amicizia, della devozione e del rapporto di discepolato di cui Mezzani si disse in relazione a Dante è riportato da diversi studiosi, tra cui, secondo Ricci, Lorenzo Mehus.Specialmente nella sua edizione delle "Lettere latine" di Ambrogio Traversari: Proprio dalla prefazione di Mehus alle "Lettere" di Traversari Ricci riferisce l'intera frase di Coluccio che, alludendo a Menghino, «Michinus de Mezano [...] notus quondam familiaris et socius Dantis nostri» [Menghino Mezzani ... conosciuto come amico intimo del nostro Dante], aggiunge che fu del libro di quegli «doctissimus et studiosus» [appassionato ed espertissimo] e che ne aveva scritto «curiose».

Se, quanto al mero dato biografico, è probabile che Mezzani abbia frequentato Dante appunto nel ravennate e che gli sia stato anche accanto al momento del decesso, quella dell'epistolario di Salutati è comunque una precisa attestazione che inserisce Mezzani nel primo ambiente di ricezione della Commedia.

Scannabecchi, Mezzani e Antonio BeccariAntonio Beccari detto anche del Beccaio, o Antonio da Ferrara dove nacque e morì tra 1315 e 1373, nei codici nominato come "Maestro Antonio da Ferrara". secondo Campana facevano parte del «"soddilizio" [sodalizio] di cultori di D[ante] recentemente affiorato nel sonetto XLIII di Antonio da Ferrara, così vicino al Mezzani».

Al rapporto di amicizia fra Mezzani e Petrarca risalirebbero uno scambio di sonetti con il poeta e la stima di questi espressa «nell'epistola I, II delle Metricae».

Petrarca stesso, nella Senile V 2, inviata forse a Boccaccio nel 1364, poteva far riferimento ad un personaggio noto, alludendo ad esso con «deferenza» come «quel vecchio da Ravenna» e quale avvertito «giudice in materia di poesia», in cui Ricci individuerebbe Mezzani.

In particolare, viene rilevata da Corrado Ricci una testimonianza filologica di tale rapporto: Ricci fa notare che nel codice "Laur. Strozzi 141"Manoscritto del sec. XV che trasmette il "Bucolicum carmen" di Petrarca e le Epistole metriche: conservato nella Biblioteca Medicea LaurenzianaIl sito ufficiale della "Biblioteca Medicea Laurenziana": l'epistola petrarchesca "Hunc tibi quem repetis..." invece di essere indirizzata ad ignoto come negli altri testimoni è diretta «ad Minghinum Mezanum ravennatem civem» [a Menghino Mezzani cittadino ravennate].

Fonti riferiscono anche una relazione di amicizia con Boccaccio riflessa, secondo Campana che cita Torraca, «probabilmente nell'egloga X del Buccolicum carmen dove [il Certaldese] nasconde sotto nomi bucolici i personaggi di Ostasio da Polenta (il tiranno) e Menghino Mezzani (il prigioniero)», a sua volta amico di Phytias (Boccaccio). Anche Dante secondo Boccaccio avrebbe nascosto sotto le spoglie bucoliche di un personaggio della sua egloga II proprio l'amico Menghino.

Allievo e sodale di Dante definisce Menghino Federico Ruggiero.

La corrispondenza poetica fra Mezzani e Antonio da Fermo pervenuta, ispirata all'imitazione e al ricordo di Dante, indica, secondo studiosi, che fu Menghino a far da tramite ad Antonio della conoscenza e dell'interesse per Dante: dato di particolare interesse tenuto conto che fu Antonio il copista del manoscritto landiano, il più antico codice esistente della Commedia dantesca.

Di Mezzani sono note composizioni poetiche tarde, oltre a sommari metrici.

Il sonetto Io fui fatto da Dio a suo simiglio Fra le Rime disperse di Petrarca,Insieme di "rime" attribuite a Petrarca ma non raccolte nel "corpus" canonico, confluite per un processo quasi incontrollato di contaminazioni e germinazioni che ha richiesto studi tra i più complessi e affascinanti della critica specialistica interessata alla lirica medievale: e raccolta attorno al progetto ginevrino "Le rime disperse di Petrarca: l’altra faccia del Canzoniere": si ritrova un sonetto che, secondo Ricci, fu al centro di un "colloquio" poetico fra il poeta maggiore e Mezzani stesso.

Sarebbe stato l'Arquate il proponente con il sonetto che ha per inizio: «Aman la madre e'l padre il caro figlio» e ad esso Mezzani avrebbe risposto con quello il cui verso incipitario è: "Io fui fatto da Dio a suo simiglio":; la circostanza è riferita anche da Campana nella voce dellEnciclopedia Dantesca.

L'epitaffio per Dante: tenzone poetica informale. La questione autoriale

Nel clima di intensa devozione dantesca che si sviluppò a Ravenna nei decenni successivi alla morte del poeta, circolarono diversi componimenti poetici concepiti come epitaffi per la sua tomba. Più autori offrirono versi celebrativi destinati, se non sempre materialmente al suo sepolcro, alla memoria di Dante, in una sorta di gara poetica"Tenzone": . non formalizzata,I componimenti per la tomba di Dante non costituiscono una disputa strutturata, una vera e propria "tenzone", ma una serie di offerte poetiche indipendenti, diversamente dalle tenzoni poetiche documentate tra rimatori medievali — come lo scambio di sonetti tra Dante e Forese Donati o quelli attestati fra Guittone d'Arezzo e Chiaro Davanzati: il volume di Giunta, "Versi a un destinatario", si occupa in specifico della poesia dialogica medievale e delle tenzoni fra rimatori: ; il repertorio Einaudi della lirica duecentesca "I rimatori del Duecento" di Leonardi documenta molte tenzoni poetiche tra autori: ; in "Rime", l’edizione critica di riferimento per la lirica di Dante curata da De Robertis, è inclusa la tenzone con Forese Donati: che la tradizione ha trasmesso attraverso vari testi di compianto e iscrizioni commemorative.

Boccaccio, nel suo Trattatello in laude di Dante, ripercorre Non mancando di riportare peraltro insieme a notizie più sicure non di meno anche altre di natura aneddotica, egli stesso non celando il proprio scetticismo in proposito, ma comunque, per l'aura evocata, contribuendo a quella che Billanovich avrebbe definito «La leggenda dantesca del Boccaccio»: le vicende legate alla morte del Poeta e degli onori tributatigli. Il signore di Ravenna, il podestà Guido Novello da Polenta, che era stato suo mecenate, stabilì di «egregia sepoltura onorarlo»:; ; ; Bocc. Trattat. XV-XVII. nota tale iniziativa, diversi poeti fecero a gara, «anche se non fu "un vero e proprio concorso... ma una gara spontanea" (P.G. Ricci)» per comporre epitaffi in modo sia da onorare il "Sommo" sia, al contempo, da procurarsi il favore di Guido; tuttavia la deposizione del podestà, la perdita della signoria e la sua morte compromisero l'esito sperato della competizione informale.;

Proprio la testimonianza del Trattatello boccacciano secondo Ruggiero sposterebbe la data di realizzazione dell'iniziativa dapolentana al 1373-1374.

Theologus Dantes e Giovanni del Virgilio Tra gli epitaffi metrici in latino che giunsero a Boccaccio a Ravenna quale prestigioso arbitro della scelta, egli valutò meritevole quello di Giovanni del Virgilio, che riportò nel Trattatello.

«Theologus Dantes, nullius dogmatis expers quod foveat claro phylosophya sinu: gloria musarum, vulgo gratissimus auctor hic iacet, et fama pulsat utrumque polum [...] Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum, exilium, vati patria cruda suo». [Dante teologo, cui non era ignoto alcun "dogma", alcun ramo della conoscenza che la filosofia può custodire nel suo illustre seno: gloria delle muse, autore graditissimo al popolo, qui giace, e la sua fama risuona dall'uno all’altro polo... A lui Firenze ingrata recò un frutto triste, l'esilio, patria crudele al suo vate].

Giovanni vi ribadiva la statura di Dante «sommo teologo, filosofo e poeta»,. sottolineandone insieme la profondità della riflessione filosofica e il dettato nello stile volgare; ripercorreva inoltre l'esilio da Firenze e l'ospitalità ricevuta presso Guido Novello.

Giovanni, nella cui esperienza di "professore" Kristeller riconobbe «la prima prova scritta dell'insegnamento umanistico nelle università italiane dei tardo medioevo», non era nuovo alla tenzone - ne è attestata una corrispondenza poetica con ser Nuzio da Tolentino, il "Diaffonus", in «cinque epistole in distici nel genere della tenzone - ed era peraltro stato corrispondente di Dante fra il 1319 e il 1321: i due avevano dato vita a una sorta di disputa poetica sull'uso del latino in poesia promosso da Giovanni rispetto al volgare sostenuto invece da Dante.; .

Come risulta anche dalla imponente «ricognizione del materiale testimoniale sugli epitafi danteschi» prodotta da Mazzoni, l’epitaffio "Theologus Dantes" è sostenuto da un’ampia tradizione manoscritta.

Pare che l'epitaffio di Giovanni, a causa dei rovesci di fortuna del signore di Ravenna, non fu comunque inciso sulla tomba di Dante: purtuttavia tale circostanza non si può con certezza escludere.

Iura monarchiae Campana, nella voce dedicata dellEnciclopedia Dantesca, informa dell'esistenza di altri epitaffi, trasmessi da didascalie in codici della Commedia, e di cui riporta il verso incipitario e la posizione quando, come nel caso del componimento scannabecchiano, lo "Iura monarchiae o "Iura monarchie", conosciuta: «Iura monarchiae, superos, Phlegetonta lacusque»: e appunto «Inclita fama cuius universum penetrat orbem».Il testo completo del «Iura monarchiae» e una traduzione si possono leggere in , che si rifà al testo ricciano: «Epigrafe sulla Tomba di Dante a Ravenna di Bernardo Canaccio» «Iura monarchiae superos Phlegetonta lacusque lustrando cecini voluerunt fata quousque sed quia pars cessit melioribus hospita castris actoremque suum petiit felicior astris hic claudor Dantes patriis extorris ab oris quem genuit parvi Florentia mater amoris»

«I diritti della monarchia, i cieli e le acque del Flegetonte visitando cantai, finché volle il mio destino mortale.