È nota per aver sviluppato la tecnica pittorica del trapunto, un dipinto su tela imbottita e cucita, arricchito da materiali come perline, conchiglie, specchi e tessuti, che produce un effetto scultoreo tridimensionale.
Le sue opere sono conservate in numerose collezioni pubbliche e istituzionali, tra cui il Tate Modern, lo Smithsonian American Art Museum, la National Gallery di Singapore e il Fukuoka Asian Art Museum. Nel 1984 ha ricevuto il TOYM Award for Art nelle Filippine, diventando la prima donna insignita di questo riconoscimento.
Biografia Pacita Abad nacque a Basco, Batanes, il 5 ottobre 1946, quinta di tredici figli, in una famiglia di lunga tradizione politica: il padre Jorge e la madre Aurora ricoprirono entrambi cariche parlamentari al Congresso delle Filippine. Ancora bambina, si trasferì con la famiglia a Manila, dove compì gli studi secondari.
Formazione Si laureò in scienze politiche presso l'Università delle Filippine Diliman nel 1968 e l'anno successivo si iscrisse al corso di specializzazione in giurisprudenza della stessa istituzione. In quel periodo organizzò manifestazioni studentesche contro i brogli elettorali nelle elezioni del 1969, anche a Batanes, dove suo padre si candidava per un ulteriore mandato. A capo di un gruppo di studenti, guidò una marcia fino al palazzo presidenziale di Malacañang e incontrò il presidente Ferdinand Marcos, attirando l'attenzione dei media nazionali sulla protesta.
Suo padre contestò la propria sconfitta elettorale davanti alla Commissione elettorale e alla Corte Suprema delle Filippine, che gli diedero ragione; come rappresaglia, la casa di famiglia a Manila fu fatta bersaglio di una sparatoria notturna, senza che nessuno rimanesse ferito. A seguito di questi episodi i genitori incoraggiarono Pacita a lasciare il paese e a proseguire gli studi di giurisprudenza in Spagna.
Nel 1970, durante il viaggio verso Madrid, si fermò a San Francisco da una zia e decise di non ripartire; l'anno successivo sposò il pittore George Kleiman, dal quale si separò poco tempo dopo. Mentre lavorava come segretaria presso una fondazione di aiuti esteri e come sarta, si iscrisse a un corso di laurea di secondo livello in storia asiatica al Lone Mountain College, conseguendo la laurea nel 1973.
Le venne offerta una borsa di studio per la Boalt Law School dell'University of California, Berkeley, ma dopo aver incontrato Jack Garrity, studente di dottorato alla Stanford University, decise di rinunciarvi e di viaggiare con lui attraverso l'Asia per un anno. Al ritorno rinunciò alla borsa di studio e alla carriera giuridica e cominciò a dedicarsi alla pittura.
Carriera Nel 1976 Abad e Garrity si trasferirono a Washington, D.C., dove Abad seguì i suoi primi corsi formali di pittura alla Corcoran School of Art. L'anno successivo tenne la sua prima esposizione di dipinti nel proprio studio di Washington, e nel 1978 frequentò corsi di pittura figurativa e natura morta all'Art Students League of New York con John Heliker e Robert Beverly Hale.
Dal 1978 al 1980 seguì Garrity nei suoi incarichi di lavoro in Bangladesh, Sudan e Thailandia. Durante questi viaggi entrò in contatto con tecniche artistiche e tradizioni indigene e visitò campi profughi, esperienze che avrebbero in seguito influenzato profondamente la sua produzione. In Thailandia rimase colpita dalla crisi dei rifugiati al confine tra Cambogia e Thailandia, scoppiata in seguito alla guerra tra Cambogia e Vietnam. Compì diversi viaggi nei campi profughi per prestare assistenza alle operazioni di soccorso, durante i quali realizzò schizzi e fotografie. Nell'aprile 1980 espose la serie di ventiquattro dipinti Ritratti della Kampuchea al Bhirasri Institute of Modern Art di Bangkok.
Dal 1980 al 1982 la coppia visse a Boston, dove Garrity frequentava un programma di specializzazione alla Boston University. Lavorando all'Art Institute of Boston, Abad partecipò a incontri settimanali con un gruppo di artiste e, con il contributo dell'artista tessile Barbara Newman, sviluppò la sua tecnica pittorica del trapunto. Nel 1981 realizzò African Mephisto, primo dipinto della serie Masks and Spirits.Nel 1982 la coppia si trasferì a Manila, dove Garrity lavorò per l'Asian Development Bank. Abad vi tenne due importanti mostre personali: Pacita Abad: A Philippine Painter Looks at the World (1984) e Pacita Abad: Paintings of People and Landscapes of Batanes (1985). Nel 1986 fece ritorno a Washington, D.C. per il lavoro di Garrity alla World Bank; nello stesso anno Abad cofondò il Consiglio filippino per le arti, le lettere e i media a Washington.
Le furono assegnate residenze artistiche al Rutgers Center for Innovative Print and Paper in New Brunswick (la prima nel 1990) e al Pyramid Atlantic Art Center in Hyattsville nel 1991. Nel 1993 si trasferì a Giacarta, dove Garrity lavorò per il Gajah Tunggal Group e nel 2000 a Singapore. Nel 1994 Abad ottenne la cittadinanza statunitense, acquisendo la doppia nazionalità filippina e americana. La serie Immigrant Experience prese avvio dopo una borsa di studio ottenuta dalla Virginia Center for the Creative Arts nel 1994.
Nel 1994-95 tenne una mostra personale al National Museum of Women in the Arts di Washington, Pacita Abad: Artists + Community, e partecipò a diverse mostre di gruppo, tra cui una congiunta con Paz Abad Santos a Manila nel 1995, Thinking Big.
Nel 2001 Abad e Garrity costruirono una residenza con studio su una scogliera a Batanes, che chiamarono Fundacion Pacita. Nel 2003 fu tra le prime artiste selezionate per una residenza al Singapore Tyler Print Institute, fondato da Kenneth Tyler.
Nel 2001 le fu diagnosticato un tumore ai polmoni. Morì a Singapore il 7 dicembre 2004 e fu sepolta a Batanes, nei pressi della sua residenza.
Opere Abad realizzò circa 4.500 opere nel corso di trentadue anni di carriera, attraversando una varietà di soggetti e tecniche che spaziano dal realismo figurativo all'astrazione.
Le sue prime opere, prodotte nella seconda metà degli anni settanta, erano prevalentemente dipinti socio-politici su tela: ritratti di persone emarginate, scene di protesta, rappresentazioni di crisi umanitarie. A questo periodo appartiene la serie Ritratti della Kampuchea (1979-80), ventiquattro dipinti dedicati ai rifugiati cambogiani incontrati al confine tra Cambogia e Thailandia, esposta per la prima volta al Bhirasri Institute of Modern Art di Bangkok nell'aprile 1980.
Con lo sviluppo della tecnica del trapunto nei primi anni ottanta, la produzione di Abad si articolò in cicli tematici di grande formato. La serie Masks and Spirits, avviata nel 1981 con African Mephisto, si ispirò alle tradizioni delle maschere di Africa, Oceania, Asia e Americhe incontrate durante i viaggi; sette dipinti della serie furono inclusi nell'undicesima Biennale di Berlino.
La serie Asian Abstractions (dal 1985), caratterizzata da motivi ripetuti di steli di riso, segnò il passaggio verso un linguaggio più astratto. La serie Immigrant Experience (1983–95), avviata dopo una visita a Ellis Island che la colpì per l'assenza di testimonianze sull'immigrazione non europea, pose al centro le storie di rifugiati e immigrati di colore provenienti da Asia, Africa e America Latina. Marcos and His Cronies (1985–95), il più grande trapunto mai realizzato da Abad - oltre cinque metri di altezza - ritrae il dittatore e il suo entourage come figure demoniache ispirate alla maschera cingalese Maha Kola, con Imelda Marcos raffigurata nella parte inferiore come una maschera gioiellata.
Tra le commissioni pubbliche di maggior rilievo figurano Masks from Six Continents (1990), una serie di sei trapunti installati per tre anni alla stazione Metro Center di Washington, D.C., e la pittura dell'Alkaff Bridge di Singapore (2004), un ponte di 55 metri ricoperto da 2.350 cerchi in 55 colori, oggi noto come Singapore ArtBridge, completato pochi mesi prima della morte dell'artista.
L'ultima grande serie, Endless Blues, fu creata ed esposta a Singapore nel 2002.
Stile e poetica La tecnica che definisce l'opera matura di Abad è il trapunto, sviluppata a Boston nel 1981 con il contributo dell'artista tessile Barbara Newman.
Il processo prevede la pittura e il collage su tela, cui segue l'aggiunta di un supporto in tessuto; i due strati vengono imbottiti e cuciti insieme, producendo un'opera morbida e tridimensionale, non vincolata dalla piattezza di un telaio tradizionale. Alla superficie vengono poi applicati materiali raccolti durante i viaggi: specchi indiani, conchiglie di ciprea, perline, bottoni, sequins, tessuti batik indonesiani, fili d'oro. Il termine trapunto deriva da una tecnica italiana medievale di ricamo o trapuntatura, ma Abad la reinterpretò radicalmente, trasformandola da tecnica artigianale a linguaggio pittorico autonomo.
Secondo Victoria Sung, curatrice della retrospettiva del 2023, la produzione di Abad si articola in cinque nuclei tematici principaliː il realismo sociale, le maschere e gli spiriti, l'astrazione, l'esperienza immigrata e le scene sottomarine. A eccezione delle opere di realismo sociale, circoscritte alla fine degli anni settanta e ai primi anni ottanta, Abad lavorò su questi filoni in modo parallelo lungo l'intero arco della carriera.
Il colore costituisce l'elemento più immediatamente riconoscibile del suo stile, non dettato da una scelta meramente estetica: attraverso l'impiego di iconografie, materiali e schemi cromatici propri delle comunità che intendeva rappresentare, Abad rifiutava esplicitamente i canoni dell'arte occidentale dominante in favore di motivi e pattern indigeni, una posizione che le valse, in vita, critiche che definivano il suo lavoro «decorativo», «infantile» o «etnico».
Altrettanto centrale è la dimensione politica della sua pratica: la storia personale di esilio, la condizione di immigrata e di donna di colore in un sistema dell'arte che marginalizzava tanto lei quanto i soggetti che rappresentava, si tradusse in un corpus di opere che documentarono la dittatura di Marcos, i brogli elettorali, le rivolte di Los Angeles, la condanna di Flor Contemplación, gli attentati dell'11 settembre.
Il rapporto tra tecnica e contenuto è inscindibile nella poetica di Abad. La tela trapuntata, lavorabile ovunque e facilmente trasportabile, si adattava alla vita nomade imposta dai frequenti spostamenti, ma soprattutto permetteva di incorporare fisicamente nella superficie pittorica le tecniche e i materiali incontrati nei luoghi visitati - dalle tecniche di cucitura e ricamo delle donne Rabari del Rajasthan al ricamo a specchi dell'India, dall'intreccio tessile della Birmania al batik indonesiano - trasformando ogni opera in un archivio materiale di relazioni e scambi culturali. In questo senso la sua pratica si colloca esplicitamente al di fuori delle gerarchie dell'arte occidentale, recuperando tradizioni artigianali spesso escluse dal canone, un gesto che le fonti critiche leggono come una dichiarazione politica oltre che estetica.
Mostre Personali Pacita Abad: A Philippine Painter Looks at the World, a cura di Arturo Luz, Museum of Philippine Art, Manila, 1984 Pacita Abad: Paintings of People and Landscapes of Batanes, a cura di Ray Albano, Cultural Center of the Philippines, 1985 Ten "political expressions", Pinaglabanan Galleries, Manila, 1985 Assaulting the Deep Sea, installazione, Ayala Museum, Makati, Filippine, 1986 Pacita Abad: Artists + Community, a cura di Angela Adams, National Museum of Women in the Arts, Washington, DC, 1994–95 Circles in My Mind, Singapore Tyler Print Institute, Singapore; GENOME Institute of Singapore, Singapore; Cultural Center of the Philippines, Manila, 2003–04 Pacita Abad: A Million Things to Say, Museum of Contemporary Art and Design, Manila, 2018 Pacita Abad: Life in the Margins, a cura di Robert Leckie e Pio Abad, Spike Island, Bristol, 2020 Pacita Abad: I Thought the Streets Were Paved with Gold, a cura di Nora Razian, Jameel Arts Centre, Dubai, 2021–22