Egli fu protagonista indiscusso del mondo dell’antiquariato torinese per svariati decenni, fino a essere considerato uno degli antiquari e dei collezionisti italiani più eminenti a livello nazionale. Soprannominato l’empereur ossia l’imperatore o il re degli antiquari,. la sua opera si è resa assai prolifica in Italia e all’estero, concludendo altresì mediazioni volte all’acquisizione di collezioni per istituzioni museali nazionali italiane ma anche di Francia e Portogallo.

La fondazione omonima, divenuta anche un’attrazione aperta al pubblico nel 1999, diciassette anni dopo la sua morte, è nota a livello internazionale e ospita il primo museo italiano d’arte decorativa..

Biografia Le origini Pietro Accorsi nacque il 25 ottobre 1891, al numero 41 di via Carlo Alberto, nel cuore del centro storico di Torino da una famiglia di origini umili composta dal padre Curzio, cuoco saltuario di origine senese, e da Angela Sclavo, sarta monregalese.. Ultimo di tre figli, con due sorelle maggiori, Pietrin dimostrò una precoce attrazione per il bello e per gli oggetti d’arte. Assai frequenti erano le sue incursioni tra le bancarelle e le botteghe dei cosiddetti "robivecchi" del vicino quartiere ebraico, in una Torino di fine Ottocento, quando l’antiquariato era lungi dall’essere un fiorente mercato ma un commercio piuttosto raro, discontinuo e talvolta raffazzonato. Tuttavia il giovanissimo Pietrin arrivò addirittura a vendere i propri libri di scuola, poi ricompratigli dalla sua famiglia con molto sacrificio, per acquistare il suo primo oggetto d’arte, un quadro che Pietro Accorsi conservò gelosamente per oltre quarant’anni, quasi alla stregua di un talismano..

Nel 1901 la famiglia Accorsi si trasferì a vivere nel mezzanino della portineria di un seicentesco palazzo di via Po 55 divenuto proprietà dell’Ordine Mauriziano.. Grazie a questo nuovo impiego ottenuto dal padre Curzio, che divenne portinaio dello stabile affacciato sui portici in quel tratto finale di via Po, unito al lavoro di sarta della madre, le condizioni economiche della famiglia Accorsi migliorarono e consentirono al giovane Pietro di completare gli studi, ottenendo il diploma di disegnatore meccanico. Tuttavia la vera passione di Pietro Accorsi continuava a essere l’antiquariato, con arredi, porcellane, dipinti, stoffe e suppellettili da scovare nelle sue ormai abituali visite alle botteghe del centro di Torino, di cui ormai conosceva i negozianti e dove si divertiva a contrattare l’acquisto di un pezzo, che poi rivendeva cercando di guadagnarci, affinando così anche le sue spiccate doti commerciali che in seguito contraddistinsero la propria attività di mercante d’arte.

I viaggi e l’inizio di una promettente carriera Nel 1910, dopo appena tre mesi di lavoro alla FIAT con la qualifica di "disegnatore tecnico", Pietro Accorsi decise di licenziarsi, con grande disappunto dei propri genitori, che lo videro rinunciare alle 25 Lire di stipendio mensile e al rassicurante impiego in un’azienda che prosperava e rappresentava il futuro della città. Ma il giovane Pietro fu assai determinato e consapevole della propria scelta, certo di poter intraprendere un’attività che gli avrebbe garantito guadagni ben maggiori, nonché il perseguimento della sua vera passione.

Da quel momento Pietro Accorsi iniziò a investire instancabilmente il proprio tempo e il denaro di una non ben precisata eredità di una zia di Milano nell’acquisto di oggetti d’arte di varia natura, anche allargando i confini della propria ricerca all’intero Piemonte, alla Liguria, alla Val d’Aosta e alla vicina Francia, intraprendendo, di fatto, l’attività di commesso viaggiatore. Visite, sopralluoghi e acquisti in giro per l'Italia si moltiplicarono e presto di Pietro Accorsi si parlò come di quel giovane antiquario che finì per l’essere ricercato dagli stessi negozianti torinesi che egli aveva frequentato fino a pochi anni prima, talvolta suscitando la loro perplessità o diffidenza.

Non trascorse molto tempo che Pietro Accorsi si trovò a essere raggiunto da acquirenti che lo attendevano di soppiatto alle stazioni ferroviarie di Porta Nuova o Porta Susa, per aggiudicarsi prima di altri un mobile oppure un vaso, un dipinto, una scultura o altri oggetti d’arte che egli aveva acquistato in giro per il Nord Italia e che poi faceva abitualmente caricare su un paio di vagoni di treni merci diretti a Torino. In questi primi e concitati tempi il suo negozio fu praticamente la banchina stessa delle stazioni torinesi, tuttavia gli oggetti d’arte acquistati, che il giovane Pietro ormai aveva imparato a distinguere e riconoscere con grande perizia, venivano in gran parte venduti profittevolmente, seppur qualche pezzo lo conservasse per una sua prima, modesta collezione che Pietro andava accumulando in alcuni magazzini presi in affitto un po’ ovunque a Torino.

Le amicizie illustri e l’aristocrazia Pietro Accorsi mai dimenticò le sue modeste origini. Tuttavia, quella che sembrava diventare ormai la sua professione, lo portò gradualmente a conoscere illustri nomi dell’aristocrazia e della nobiltà di una Torino che ormai aveva perso il lustro della capitale del regno e che talvolta considerava l’idea di disfarsi delle proprietà e dei relativi arredi, alimentando un mercato dell’antiquariato sempre più florido e ricco di occasioni da non perdere. Da una parte il progressivo e lento declino di una nobiltà non più protagonista della società, dall’altra un’alta borghesia industriale sempre più facoltosa e desiderosa di emulare i fasti e il lusso dell’aristocrazia: in mezzo a tutto ciò Pietro Accorsi divenne sempre di più un riferimento, pur continuando ad assecondare e affinare la sua indole di abile commerciante pronto a soddisfare le esigenze di acquirenti, colleghi o aspiranti tali.

Nonostante le sue umili origini, Pietro Accorsi imparò a muoversi con grande diplomazia e autorevolezza anche in ambienti di estrazione sociale lontana o completamente diversa dalla propria. Questa sua abilità diede anche origine a una dicerìa che andò diffondendosi, nonostante non sia mai stata confermata ma nemmeno smentita dallo stesso Accorsi, ovvero che egli potesse essere il figlio illegittimo di Emanuele Filiberto di Savoia duca d’Aosta, nato a Genova ma che, nel 1890, fece ritorno in Italia trasferendosi a Torino presso Palazzo Dal Pozzo della Cisterna, dimora nobiliare dove entrambi i genitori di Pietro Accorsi lavorarono per breve tempo.. Forse fu proprio questo esponente di spicco di casa Savoia a elargire segretamente quella somma iniziale, ufficialmente attribuita alla presunta zia milanese defunta, che consentì al giovane Pietro di avviare la propria attività; così come forse fu il medesimo duca d’Aosta che caldeggiò l’assunzione di suo padre Curzio come portinaio dello stabile di via Po 55, di proprietà dell’Ordine Mauriziano, organismo storicamente legato ai Savoia.. Anche la chiamata alle armi per la Prima Guerra Mondiale ebbe per il giovane Pietro un esito inaspettato, dopo una prima idoneità al servizio militare e alcuni mesi trascorsi al fronte come infermiere anziché come soldato, egli venne rispedito a casa poiché definito "riformato".. Come sovente accade in questi frangenti, mai si venne a sapere la verità, tuttavia Pietro Accorsi conobbe personalmente il duca Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta che, negli ultimi anni della sua vita, prese anche a frequentarlo assiduamente.

Fu amico delle figure di spicco dell’alta industria piemontese come Giovanni Agnelli, Riccardo Gualino, Adriano Olivetti,Battista Farina e Giovanni Giraudi.

Pietro Accorsi ebbe tuttavia modo di dimostrare concretamente le proprie capacità che presto lo resero indiscusso riferimento per il panorama dell’antiquariato torinese ma anche nazionale. A tal proposito la sua fama stimolò altresì l’interesse di colui che in seguito divenne una sorta di collaboratore occulto, nonché grande amico di Pietro Accorsi, ovvero il Principe del Piemonte Umberto di Savoia..

La sempre più consolidata amicizia con il principe Umberto consentì di stringere una sorta di celata ma fruttuosa collaborazione commerciale, nonché portò i due a un grado di confidenza tale da rendere Pietro Accorsi uno dei pochissimi a rivolgersi al principe ereditario con il soprannome Beppo.. Questa sorta di segreto sodalizio consentì al sempre più affermato Pietro Accorsi il privilegio di accedere anche a una clientela assai esclusiva, che sovente si tramutò pure in una sorta di committente, o in quella nobiltà bisognosa di ricavare denaro e risorse disfandosi di preziose collezioni che diversamente non sarebbero state adatte per il mercato dell’epoca.

L’ascesa, l’antiquariato e il collezionismo Alla fine degli anni Venti del Novecento Pietro Accorsi poté definirsi un antiquario affermato e con una discreta disponibilità economica a tal punto da poter provvedere al mantenimento di tutta la sua famiglia. Nel 1927 egli si trasferì con la madre e le sorelle nel grande appartamento preso in affitto al piano nobile di via Po 55, salendo le stesse scale che i propri genitori lavarono per anni come semplici portinai di quello stesso edificio.. La sua attività di antiquariato proseguì con acquisizioni d’interi arredi di eleganti dimore, ma anche con partecipazioni ad aste nazionali e internazionali. Tuttavia quel palazzo di via Po 55 divenne il fulcro della propria attività e Torino l’ambiente dove Pietro Accorsi continuò a calamitare l’attenzione degli esponenti della più alta borghesia del tempo, intrattenendo svariati contatti e avendo come clienti abituali il senatore Giovanni Agnelli, Riccardo Gualino, Virginio Bruni Tedeschi, Werner Abegg e Luigi Einaudi e l’industriale farmaceutico piemontese Giovanni Giraudi, nonché una sempre più variegata e facoltosa clientela che poteva permettersi il lusso di acquistare da un esperto indiscusso come lui. L’attrazione per l’occultismo di Pietro Accorsi lo portò anche a conoscere il celebre sensitivo Gustavo Rol, anch’egli antiquario, e che frequentò insieme all’amico principe Umberto. e che invitò sovente a Villa Paola, la dimora nobiliare sulla collina di Moncalieri che Pietro Accorsi acquistò nel 1928 dedicandola alla memoria della sorella Paola scomparsa prematuramente.