La ControriformaIl termine non è mai stato in realtà usato dalla Chiesa e fu coniato dal giurista protestante Johann Stephan Pütter, Die Augsburgische confession, Göttingen, Wittwe Vandenhoeck, 1776, p. 10 (cfr. Albert Elkan, “Entstehung und Entwicklung des Begriffs ‘Gegenreformation’” in Historische Zeitschrift, 112 (1914), pp. 473-493, a p. 475.), quindi, a grande distanza dagli avvenimenti. È da intendere come contraltare a “Riforma”, riferita all’azione di Lutero, termine, quest’ultimo, peraltro mai utilizzato dal teologo tedesco, bensì codificato dagli storiografi. Massimo Petrocchi in “La Controriforma in Italia”, Roma, Veritas, 1947, invita a accogliere il termine “col beneficio d'inventario” (p. 13), talvolta definita anche Riforma cattolica, è stata la reazione della Chiesa cattolica alla Riforma protestante. Tale reazione fu caratterizzata dall'accoglimento di alcune istanze di rinnovamento ecclesiastico, che peraltro anche Lutero, Calvino e gli altri riformatori avevano messo in evidenza (formazione dei preti, dovere di residenza dei vescovi, lotta all’immoralità nel clero, etc.), ma anche da una reazione polemica e difensiva di fronte al protestantesimo, per evitare che altri cattolici passassero alle Chiese evangeliche, (per mezzo di catechismo, arte sacra, devozione popolare, etc.) e dalla repressione violenta del cristianesimo evangelico nel contesto di una collaborazione tra Papato e “Stati cattolici”, soprattutto la Spagna (attraverso il controllo della stampa, ruolo dell'Inquisizione romana, autodafé e roghi degli eretici, etc.).

Normalmente gli storici identificano come "età della Controriforma" il periodo che va dall'apertura del Concilio di Trento alla pace di Vestfalia, che chiude la guerra dei trent'anni.

Sebbene la Controriforma venga talvolta chiamata anche Riforma cattolica, con quest'ultimo termine si intende invece propriamente quell'insieme di misure di rinnovamento spirituale, teologico, liturgico con le quali la Chiesa cattolica aveva tentato di riformare le proprie istituzioni anche prima del Concilio di Trento«Movimento religioso, sorto all’interno della Chiesa cattolica nei decenni precedenti la Controriforma, che tendeva a una moralizzazione dei costumi del clero e a un rinnovamento teologico» (Il Nuovo De Mauro, s. v. «riforma»; già durante il Concilio di Costanza, per esempio, i padri conciliari avevano auspicato una riforma «nel capo e nelle membra», ma fu solo in seguito alla Riforma protestante che tale esigenza si fece urgente, concretizzandosi nell'applicazione delle disposizioni conciliari tridentine. La "Controriforma", pertanto, fu anche - ma non solo - "riforma cattolica", come d'altra parte la "riforma cattolica" fu anche - ma non solo - "Controriforma".

Premesse Chiesa cattolica tra medioevo ed età moderna

All'alba del XV secolo, la Chiesa cattolica si trovava invischiata nel Grande scisma d'Occidente, nato nel 1378 per la volontà di alcuni cardinali di rimanere nella sede di Avignone e non in quella di Roma. Lo scisma si protrasse fino al 1417 quando, con il Concilio di Costanza, fu eletto il romano Oddone Colonna, che prese il nome di Martino V (1417-1431). La fine del Grande scisma segnò l'inizio di una tendenza, quella del conciliarismo, che sosteneva che il papa, pur rimanendo il capo della Chiesa cattolica, dovesse convocare ogni cinque anni un concilio generale per vigilare se il pontefice avesse mantenuto quanto deciso a Costanza. Se Martino V riuscì in un modo o nell'altro a eludere la convocazione dell'assise, ciò non riuscì al suo successore Eugenio IV (1431-1447), sotto il cui pontificato alcuni prelati riunitisi a Basilea, nonostante il richiamo del pontefice e la sua sconfessione dell'assise conciliare, si ribellarono all'autorità pontificia eleggendo l'ex duca di Savoia Amedeo VIII, che prese il nome di Felice V. Da questa lotta uscì rafforzata la carica pontificia che, sotto i pontificati di Niccolò V (1447-1455) e Pio II (1458-1461), fautori della diffusione del nascente umanesimo, assurse ad un ruolo di dominatore indiscusso nella vita della Chiesa cattolica, minacciando di scomunica chiunque avesse convocato un concilio senza l'autorizzazione del papa. Instauratasi quindi una monarchia papale assoluta e delineatosi il moderno Stato della Chiesa nei confini che rimarranno invariati fino al 1860, la Chiesa di Roma poté avviarsi da un lato verso la stupenda fase rinascimentale che avrebbe fatto della Città Eterna uno dei centri propulsori dell'arte e della filosofia; dall'altra parte la mancanza di riforme morali e disciplinari invocate a Costanza prima e a Basilea poi gettarono discredito sulla vita licenziosa e immorale che si respirava sia tra i religiosi sia tra i sacerdoti diocesani, tra i vescovi e cardinali. L'esempio di papi profondamente immorali quali Innocenzo VIII (1484-1492) e, in particolar modo, il lussurioso Alessandro VI (1492-1503) e il bellicoso Giulio II (1503-1513), suscitarono l'indignazione di numerosi intellettuali e religiosi sinceramente animati dallo spirito cristiano delle origini, quali il predicatore domenicano Girolamo Savonarola e l'umanista olandese Erasmo da Rotterdam. Costoro chiedevano infatti una moralizzazione dei costumi, una vita dedita alla preghiera e alla presa di coscienza dell'essere cristiani non solo in apparenza, ma anche interiormente, lo studio delle Sacre Scritture, l'educazione del popolo di Dio e la fine della tendenza da parte dei pontefici di concentrarsi più sul potere temporale che su quello spirituale. Nonostante i tentativi di riforma "dal basso", la situazione non migliorò neanche con il fiorentino Leone X (1513-1521), quando il monaco agostiniano Martin Lutero diede inizio alla Riforma protestante (1517).

Riforma protestante

L'abuso di potere operato da papa Leone X con la vendita delle indulgenze in cambio di denaro per la realizzazione della Basilica di San Pietro suscitò un ampio risentimento in Germania, sentimento che fu interpretato dal monaco Martin Lutero (1483-1546) che, il 31 ottobre 1517, pubblicò 95 tesi in cui si contestavano le linee politiche e pastorali adottate dal pontefice e dal predicatore domenicano Johann Tetzel. Chiamato a rispondere del suo operato, Lutero si rifiutò, venendo poi scomunicato dallo stesso Leone X nel 1520 con la bolla Exsurge Domine. Nonostante la scomunica, Lutero fu protetto dal principe elettore di Sassonia, Federico il Saggio, il quale a sua volta chiese l'arbitrato del nuovo imperatore Carlo V per dirimere la contesa che stava infiammando la Germania. Riunitesi quindi le massime autorità politiche ed ecclesiastiche tedesche a Worms nel 1521 Lutero, nonostante le forti pressioni dell'imperatore e degli esponenti fedeli alla Chiesa di Roma, decise di non ritrarre in alcun modo le proprie affermazioni, venendo perciò dichiarato nemico pubblico. L'ex monaco però fu fatto catturare dai messi dell'elettore di Sassonia e trasferito al sicuro nel castello di Wartburg ove, col beneplacito del suo protettore, si accinse a tradurre la Bibbia in tedesco e ad elaborare i punti chiave della sua teologia che si può riassumere nel quinomio sola fide, sola gratia, sola scriptura, solus Christus, soli Deo gloria. La diffusione del luteranesimo fu capillare nell'Europa centro-settentrionale, dove in molti casi furono gli stessi sovrani ad adottare la teologia luterana per fini meramente politici, allo scopo di sottrarsi all'influenza di Roma e secolarizzare i beni ecclesiastici.

Oltre a Lutero, l'altro principale esponente del movimento riformatore fu il francese Giovanni Calvino (1509-1564), il quale, rifugiatosi a Ginevra in Svizzera per sottrarsi alle prime persecuzioni contro gli eretici ad opera di Francesco I, estremizzò la teologia luterana per quanto riguarda la predestinazione, l'organizzazione ecclesiastica, l'aspetto morale e l'assolutizzazione del principio della sovranità di Dio. Sul piano della predestinazione e della Grazia, Calvino affermava che gli uomini non si salvano per le loro opere e neanche per la loro fede, ma perché sono stati predestinati al Paradiso da Dio al momento della creazione della loro anima: i fedeli potevano intravedere il favore divino grazie, per esempio, al loro successo nella vita privata e pubblica. Calvino, dal punto di vista organizzativo, trasformò Ginevra in un laboratorio ove mettere in pratica la sua concezione della Chiesa e della stessa società, organizzata in gruppi di pastori e di anziani con il compito di vigilare sulla moralità dei fedeli, insistendo su una vita austera e morigerata senza cadere in alcuna vanità. Il calvinismo - che trovò un suo pieno delineamento dottrinale nel Sinodo di Dordrecht (1618-1619) - si diffuse principalmente in Svizzera, nei Paesi Bassi, in Scozia e, grazie all'emigrazione dei puritani inglesi, nel Nord America.

Infine bisogna ricordare lo scisma anglicano ad opera di Enrico VIII (1509-1547). A differenza delle esperienze luterane e calviniste, il sovrano inglese - proclamato difensore della fede da Leone X per aver attaccato in un libello (Difesa dei sette sacramenti) le posizioni di Lutero - si autoproclamò capo della Chiesa inglese in seguito al rifiuto da parte di papa Clemente VII (1523-1534) di sciogliere il suo matrimonio con Caterina d'Aragona (zia di Carlo V) perché potesse poi sposare la sua concubina Anna Bolena con la prospettiva che quest'ultima potesse dare al regnante il sospirato erede maschio. Bisogna ricordare che Enrico VIII, edotto di teologia, non si discostò dottrinalmente dalla Chiesa cattolica durante il suo regno: la conversione ai principii protestanti avvenne sotto il regno del figlio Edoardo VI (1547-1553) e, dopo il breve regno della cattolica Maria I (1553-1558), definitivamente sotto il lungo regno di Elisabetta I (1558-1603).

Il Concilio di Trento

Storia

Di fronte all'avanzata del movimento protestanteIniziato nel 1517 con la protesta di Martin Lutero contro la vendita delle indulgenze, movimenti anti-romani sorsero in Svizzera grazie all'azione di teologi quali Huldrych Zwingli e Giovanni Calvino; in Germania, con gli anabattisti di Münster; Martin Bucero, nella zona franco-tedesca; in Inghilterra, con la creazione di una Chiesa nazionale a opera di Enrico VIII (1533). Cfr. protestantesimo. in tutta Europa, la gerarchia cattolica cominciò a preparare una controffensiva. Papa Clemente VII, memore del conciliarismo affermatosi a Costanza e a Basilea nel secolo precedente, preferì non convocare alcun concilio ecumenico, timoroso che questo potesse mettere in discussione il primato petrino"L'ipotesi di convocazione di un concilio, da più parti richiesta, fu a lungo considerata dai pontefici con sospetta prudenza. Erano tutt'altro che scomparse le dottrine conciliariste, relative alla superiorità del concilio sul papa, che avevano trovato larga udienza e creato polemiche di non poco contro nell'età dei concili di Costanza e Basilea" (G. Filoramo - D. Menozzi, L'Età Moderna, cit. pp. 170-171.).

La situazione cambiò con Paolo III (1534-1549), il quale affidò ai cardinali Contarini e Pole l'incarico di concordare con l'imperatore Carlo V una città dove i luterani e i cattolici potessero confrontarsi. Si scelse Trento per due motivi: apparteneva all'Impero ed era geograficamente vicina alla Germania luterana. Il processo per giungere al Concilio fu lungo e travagliato: convocato prima per il 1542, fu poi definitivamente convocato dal pontefice per il 1545 con la bolla Laetare Jerusalem. I lavori furono interrotti a seguito di contrasti con l'Imperatore e ripresero con Giulio III (1550-1555), mentre l'intransigente Paolo IV (1555-1559) non volle che si continuasse in quanto riteneva che spettasse solo alla sede romana il compito della Riforma. Ripreso sotto Pio IV (1562), si concluse soltanto nel 1563.

Decreti dottrinali