Il museo archeologico e d'arte della Maremma (MAAM) è un museo situato nel centro storico della città di Grosseto.

Il museo è ospitato nell'ex palazzo del Tribunale in piazza Baccarini, e conserva una ricca collezione archeologica che documenta un lungo periodo storico che va dal paleolitico al basso medioevo, con particolare attenzione all'epoca etrusca e romana. Il museo si propone come centro di raccolta e di documentazione della storia archeologica della Maremma, svolgendo un ruolo primario nello studio dell'antica città di Roselle.

Fondato nel 1860 dal canonico Giovanni Chelli come sezione della biblioteca Chelliana, è divenuto di proprietà comunale nel marzo 1865, mentre solamente nel 1955 si è costituito come museo autonomo. Ha ricevuto la denominazione "Museo archeologico e d'arte della Maremma" nel 1975, quando venne inaugurato il nuovo allestimento nel palazzo di piazza Baccarini; da allora una sezione del museo è costituita dal Museo d'arte sacra della diocesi di Grosseto, fondato nel 1933.

Storia La raccolta archeologica di Giovanni Chelli Il primo museo della città di Grosseto fu inaugurato il 1º marzo 1860 su iniziativa del canonico Giovanni Chelli, sacerdote di ideali repubblicani e progressisti, e personaggio di rilievo nella storia del Risorgimento maremmano.. Chelli stava da tempo raccogliendo un nutrito fondo librario e anche alcuni reperti archeologici e oggetti d'arte, con l'intenzione di creare a Grosseto un primo centro di cultura e partecipare attivamente alla lotta per l'alfabetizzazione. La raccolta archeologica, ospitata insieme alla biblioteca nei locali del palazzo vescovile, sprovvisto dell'inquilino per sede vacante, corrispondeva alle caratteristiche degli ottocenteschi antiquaria, con l'esposizione di oggetti di varia natura, molti dei quali accomunati dai soli criteri di preziosità e rarità. In Toscana, la legge in vigore in materia archeologica era ancora quella leopoldina del 1780, che permetteva ampie libertà ai privati nell'acquisto di reperti antichi; Giovanni Chelli si mosse nell'ambiente toscano per rintracciare e acquistare oggetti di pregio da destinare al museo, specialmente nei territori di Volterra e Chiusi, intrattenendo una fitta corrispondenza con ecclesiastici, politici e privati cittadini. Tramite la sua frequentazione delle terme di Chianciano, entrò in contatto con le principali personalità attive nell'antiquariato senese, come la famiglia Casuccini, Luciano Banchi direttore dell'Archivio di Stato di Siena e sindaco della città, e il chiusino Federigo Sozzi, al quale si deve l'acquisto di alcuni dei più importanti pezzi della raccolta.Fu Federigo Sozzi, per esempio, ad assicurare al museo le preziose urne rinvenute da Alessandro François in località Il Colle e La Pellegrina (Chiusi); cfr. 

Nonostante il progressivo accrescimento della collezione, la situazione di biblioteca e museo era ancora molto precaria. Il 21 agosto 1862 il sacerdote scrisse al Ministero della pubblica istruzione affinché dichiarasse governativo il museo con un decreto, senza alcun esito. Dopo varie insistenze, gli fu suggerito di donare spontaneamente la biblioteca al comune di Grosseto, cosa che il canonico fece – non senza esitazioni – il 6 marzo 1865 con atto di donazione inter vivos. La redazione ufficiale dell'atto si tenne nella sala consiliare il 30 marzo dello stesso anno, e in quell'occasione fu disposta l'intitolazione della biblioteca a Giovanni Chelli. Nel 1867, tuttavia, la Chelliana fu sfrattata dalla residenza vescovile in seguito alla nomina del nuovo vescovo Anselmo Fauli, e il trasferimento nella nuova sistemazione comportò una provvisoria divisione tra la biblioteca e la sezione archeologica. Mentre i libri furono ospitati in due sale di palazzo Ponticelli, i reperti vennero trasferiti nel chiostro della chiesa di San Francesco. Giovanni Chelli rimase direttore della biblioteca e del museo fino alla sua morte avvenuta nel 1869; l'anno successivo la biblioteca venne trasferita in via Mazzini, presso la "barriera" di Porta Nuova, e riunita con il museo civico.

I primi tentativi di allestimento e il declino Nel 1875 l'amministrazione comunale si rivolse a Gian Francesco Gamurrini, membro per la Deputazione della conservazione e l'ordinamento dei musei e delle antichità etrusche e regio conservatore delle Antichità e Gallerie di Firenze, affinché esaminasse lo stato del museo consigliandone una sistemazione. Gamurrini suggerì di effettuare un'esposizione che privilegiasse i reperti locali e del territorio circostante, dividendo per tipologia e provenienza ed escludendo tutto quel genere di anticaglie e bizzarre curiosità che il Chelli aveva raccolto senza valutarne l'effettivo valore e senza seguire una logica precisa. Nella seconda edizione di The Cities and Cemeteries of Etruria (1878) di George Dennis si legge una breve descrizione del museo di Grosseto, visitato dall'esploratore inglese due anni prima, in cui è provato l'allestimento di un'esposizione secondo i criteri suggeriti da Gamurrini. Nel 1891 il museo perse molti dei suoi pezzi principali che confluirono, per ordine ministeriale, nel museo topografico dell'Etruria di Firenze voluto da Luigi Adriano Milani e aperto nel 1897. Tra questi, la statua di Artemide del I secolo a.C. rinvenuta a Castiglione della Pescaia e depositata nel 1880, e i ritrovamenti di poggio Talamonaccio con il frontone di Talamone, che solo tre anni prima il Ministero della pubblica istruzione aveva dato al museo di Grosseto in «perpetuo e inalienabile deposito». La perdita di prestigio del museo favorì il disinteresse della popolazione e delle istituzioni locali, tanto da subire, insieme alla biblioteca, ben cinque traslochi diversi nel giro di pochi anni: tra le sistemazioni, si ricordano quelle nelle soffitte del palazzo della provincia (1915-1921) e a più riprese nell'ex seminario di via Mazzini.

Nel 1923 venne nominato direttore della biblioteca e del museo il sacerdote e monsignore Antonio Cappelli, il quale dispose una sistemazione definitiva presso il palazzo di via Mazzini, dividendo i locali con il regio liceo classico. Dopo un primo periodo di stabilità, nel corso degli anni trenta il museo andò incontro a una progressiva incuria: monsignor Cappelli era riuscito a dare vita, dopo numerosi sforzi, al primo museo d'arte sacra della diocesi di Grosseto, inaugurato nel 1933 e di cui era direttore, e aveva quindi iniziato a trascurare l'istituzione civica in favore di questo suo nuovo progetto. Alla morte di Antonio Cappelli nel luglio 1939, il museo versava in condizioni di abbandono, e un progetto di riordino e allestimento programmato dalla nuova direttrice Maria Emilia Broli non fu messo in atto a causa degli eventi della seconda guerra mondiale. Il 29 novembre 1943 l'edificio di via Mazzini venne danneggiato da un bombardamento aereo che ebbe come conseguenza quella di lasciare il museo incustodito ed esposto a continui saccheggi; ciò che sopravvisse fu ulteriormente danneggiato dall'alluvione del fiume Ombrone che colpì la città il 2 novembre 1944. Alla fine della guerra, l'amministrazione comunale cercò di migliorare le condizioni dell'istituzione civica, avvalendosi principalmente dell'aiuto di volontari; tra questi, lo scrittore Luciano Bianciardi, il quale finì con l'essere assunto dal comune nel gennaio 1949 in qualità di responsabile del riordino della biblioteca e del museo; nell'autunno 1951 venne nominato direttore. Nonostante il rilancio dell'istituto bibliotecario operato da Luciano Bianciardi nella prima metà degli anni cinquanta, finito al centro del vivace dibattito culturale del dopoguerra, il museo rimase tuttavia sempre relegato ai margini della biblioteca. Una mostra sugli oggetti d'arte sopravvissuti all'alluvione venne organizzata nel 1950 dall'amministrazione comunale e la Soprintendenza alle antichità d'Etruria.

Aldo Mazzolai e la nascita del museo civico archeologico Come ricordato anche dallo scrittore Carlo Cassola, l'unico della nuova generazione a occuparsi di archeologia a Grosseto era Aldo Mazzolai (1923–2009),«Il Mondo», V, 6, 7 febbraio 1953, p. 12. il quale nel dopoguerra aveva iniziato a impegnarsi personalmente nell'individuazione, soccorso e salvaguardia dei numerosi reperti antichi che venivano rinvenuti nelle campagne. Mazzolai aveva cominciato a prendersi cura a titolo gratuito della raccolta archeologica della Chelliana, e contestualmente cercava di sensibilizzare l'opinione pubblica e l'amministrazione comunale sull'esigenza di una riorganizzazione completa del museo; un'altra questione urgente era quella di mettere un freno agli scavi clandestini, anche perché con l'avvio della riforma fondiaria della Maremma (1951), i lavori di appoderamento condotti in tutta la pianura stavano riportando alla luce un numero sempre maggiore di reperti archeologici, con i quali "tombaroli" e proprietari terrieri locali avevano trovato facili occasioni per arricchirsi; lo stesso Mazzolai era arrivato a raccogliere una nutrita collezione, grazie al sistematico recupero di oggetti d'arte altrimenti destinati al mercato nero. Per fare fronte a questa emergenza, il Ministero della pubblica istruzione aveva aperto a Grosseto un ufficio distaccato della Soprintendenza alle antichità d'Etruria.