La psicologia dello sviluppo è una branca della psicologia che studia i cambiamenti che si verificano nel comportamento e nella personalità in funzione del tempo, dal momento del concepimento e per tutto l'arco della vita,. e talora anche nota come "psicologia del ciclo di vita".. Il cambio di denominazione della disciplina, prima conosciuta anche come psicologia dell'età evolutiva o psicologia infantile, evidenzia lo studio del cambiamento evolutivo e la sua estensione al ciclo di vita; di fatto ormai l'attenzione è posta sul "cambiamento" da una fase all'altra dell'esistenza dell'individuo e non solo sull'infanzia. È certo che i primi anni di vita sino all'adolescenza subiscono il cambiamento maggiore e visibile, ma è altrettanto vero che l'età avanzata richiede processi di adattamento che modificano il comportamento del soggetto..

La psicologia dello sviluppo è stata oggetto di discussione per molti secoli.. Lo sviluppo dipende, nella maggior parte dei casi sia da fattori biologici che da fattori ambientali, ma è ancora da stabilire in quale misura essi abbiano peso.. Questa disciplina mette in relazione linguaggio, abilità cognitive e motorie, comportamento, sviluppo emotivo e sviluppo sociale, per poter spiegare i diversi momenti della crescita di una persona. Si possono individuare due principali linee teoriche, che sono alla base delle ricerche e dei dibattiti: i cambiamenti scaturiscono da fattori innati e biologici secondo una, mentre l'altra pone l'ambiente e la cultura che circondano il bambino come fattori principali dello sviluppo. Per "fattori biologici" si intende l'insieme del patrimonio genetico che influenza lo sviluppo psicosomatico dell'uomo e le sue future competenze, mentre per "fattori ambientali" si intende il complesso di esperienze a cui l'essere va incontro nell'arco della vita.

La psicologia dello sviluppo nasce e si diffonde all'incirca verso la fine del diciannovesimo secolo, grazie anche ai cambiamenti sociali ed economici che permisero una maggiore attenzione nei confronti delle malattie infantili e dell'infanzia in generale. I maggiori esponenti dell'epoca furono di sicuro Jean Piaget (1896-1980) e Lev Vygotskij (1896-1934).. Piaget formulò il suo pensiero partendo dagli scritti di James Mark Baldwin (1861-1934).

Generalità Sviluppo e maturazione Lo sviluppo è un cambiamento incrementale e si compone di due fattori principali: la crescita e l'apprendimento. Per maturazione si parla della modificazione innata della specie, mentre per apprendimento si intende l'insieme di esperienze vissute dall'individuo. Premesso che le tappe di crescita nei bambini sono molto simili in tutto il mondo,. si può affermare che entro l'adolescenza lo sviluppo cerebrale vada incontro ai suoi cambiamenti maggiori, ma non si porterà a "termine" prima dei 25 anni. A questo punto, un certo numero di abilità vengono dimenticate, pur mantenendo una discreta plasticità cerebrale (possibilità di imparare nuove abilità nel corso del tempo). Allo sviluppo si contrappongono cambiamenti decrementali come il deterioramento, la perdita e la regressione. Durante lo sviluppo possono verificarsi dei fenomeni assimilabili alle perdite (es. audimutismo fisiologico), che in realtà fanno parte della crescita del soggetto. I traumi possono condurre a delle regressioni e a periodi dello sviluppo precedente (fissazioni).

Fasi dello sviluppo La psicologia dello sviluppo studia il processo di crescita o organizzazione delle persone, crescita fisica e psicologica. I macroperiodi dello sviluppo sono: Prima infanzia: da 0 a 24 mesi; Seconda infanzia: da 25 mesi a 5 anni; Terza infanzia o fanciullezza: da 6 ai 10 anni; Preadolescenza: da 11 ai 13 anni; Adolescenza: da 14 a 21 anni; Età adulta: da 22 a 59 anni, con un periodo intermedio definito giovinezza non facilmente delimitabile, ma compreso, quasi universalmente, fra i 22 e i 30 anni; Senescenza: oltre i 60 anni. (anche se recentemente si è spostato il limite ai 65 anni)

Sino agli anni duemila la comunità scientifica riteneva che lo sviluppo cerebrale terminasse con la prima infanzia. Le ricerche delle prime due decadi del nuovo millennio hanno dimostrato invece che il cervello è estremamente plastico e che lo sviluppo dura fino a 20-25 anni, interessando le funzioni cognitive e il comportamento sociale. Se gli adulti sono un modello sociale e un supporto agli adolescenti, il ruolo-chiave è giocato dal gruppo di coetanei nel quale gli adolescenti assumono un rischio (ad esempio, fumo o alcool) per creare e vedere riconosciuta la propria identità.

Idea d'infanzia La nostra immagine dell'infanzia è influenzata da fattori ambientali e sociali. Infatti l'idea d'infanzia si costruisce sulla base delle esperienze e dell'immagine della realtà che ognuno possiede. La psicologia dello sviluppo propone almeno due prospettive d'interpretazione, ovvero due diverse idee di infanzia: una storica e una culturale.

Prospettiva storica All'interno della storia, vengono proposte diverse immagini del bambino: il bambino come "adulto in miniatura", il bambino come "vittima" e il bambino dei "diritti".

La storia dell'infanzia è antica quanto l'essere umano, ma la visione sociale del bambino è stata evidenziata solo di recente: nel Medioevo non esisteva un'idea chiara di infanzia o di bambino, e fin circa al XIX secolo i bambini erano considerati come gli adulti, ovvero degli adulti in miniatura, ne condividevano infatti giochi e attività, persino la fattura degli abiti.

Il bambino adulto in miniatura Nel XVII secolo l'umanista Comenio (1592-1670), rifacendosi ad Aristotele, suddivise l'età evolutiva in quattro stadi, ognuno con caratteristiche proprie, contrapponendosi alla teoria medievale dell'omuncolo, secondo cui il bambino non era altro che un adulto in miniatura, già completamente formato nella cellula riproduttiva. Questo nuovo modo di riferirsi all'infanzia consentì una migliore pianificazione dell'intervento educativo, ma anche metodi educativi più duri rispetto al passato, soprattutto nei collegi, come Philippe Ariès riferì riguardo alla situazione francese.

Il bambino come vittima Era frequente nel XVII e XVIII secolo che i bambini fossero sottoposti a maltrattamenti quasi sempre motivati dalla morale religiosa: i bambini erano considerati "cattivi" e per questo andavano puniti. McLaughlin scrisse che nel periodo medievale i genitori si dividevano tra atteggiamenti protettivi e atteggiamenti rifiutanti, non sapevano come comportarsi con loro, se includerli nella società degli adulti o escluderli.

Il bambino dei diritti La figura del bambino che si è diffusa dal XIX secolo in poi, comprende sempre più la visione dei bisogni educativi dei piccoli sia nella famiglia che nella società. Nel 1990 fu emanata la Dichiarazione del World Summit for Children grazie al quale i bambini conquistano i loro diritti e una figura non più subordinata agli adulti.

Nel mondo occidentale l'attenzione per l'infanzia fu sempre più diffusa: l'educazione e la disciplina, non furono più sufficienti, infatti andò affermandosi anche la necessità che essi dovessero essere integrati nella società e protetti, riconoscendo e soddisfacendo i loro bisogni e le loro esigenze psicologiche. Le idee di Rousseau, di Freud e, in seguito, di Maria Montessori e di molti altri, contribuirono a delineare una nuova immagine del bambino e a rafforzare il convincimento che infanzia e fanciullezza dovessero essere salvaguardate.

Rousseau e Piaget ripresero da Comenio il concetto di stadio di sviluppo e sottolinearono le differenze tra il modo di pensare di un adulto e quello di un bambino. Maria Montessori, ricollegandosi agli studi del medico-pedagogista Itard e partendo dall'idea che non si può operare una separazione tra corpo e mente, sottolineò l'importanza dei sensi e della partecipazione attiva nell'apprendimento.

Incoraggiate da pediatri e pedagoghi, le mamme impararono a svolgere il ruolo che veniva loro indicato. Le preoccupazioni della madre moderna riguardano ogni aspetto della vita dell’infante, come nota Élisabeth Badinter, con l'affermarsi della madre moderna "non amare i figli è diventato un crimine imperdonabile. La buona madre è affettuosa, oppure non è, non esistono le vie di mezzo".

Prospettiva culturale Indaga le differenze che esistono tra le varie culture, prospettiva cross-culturale, in quanto gli individui vengono educati sulla base dei valori condivisi della società: in antropologia culturale e sociologia, il termine è infatti riferito all'influenza che diverse culture hanno sui comportamenti degli individui e della collettività. Non vi è omogeneità nell'allevare i figli, ma vi sono diversi sistemi che agiscono sulla base delle differenze sociali, storiche e culturali di ciascun caso specifico.

La prospettiva cross-culturale ha permesso di evidenziare le differenze e le somiglianze sulle abitudini relative all'educazione e sull'attaccamento della prole umana, evidenziando differenze sostanziali fra la cultura occidentale e, per esempio, africane: se nei primi predomina il modello della famiglia come nucleo dove i figli vengono cresciuti in autonomia, nelle popolazioni quali i Kikuyu e gli hausa, il bambino può essere allevato da più persone.

Modelli di studio Sin dalla fine del XIX secolo si cercava di affermare il ruolo della ereditarietà come fattore preminente nella crescita del bambino, attraverso le teorie evoluzioniste.. Successivamente le teorie comportamentiste incentrarono l'attenzione sull'ambiente di vita e secondo John Locke, esponente di spicco dell'empirismo, la mente del neonato era concepita come una tabula rasa, in cui l'esperienza era l'unica possibilità per sviluppare e creare le conoscenze individuali.

Alla fine degli anni sessanta del XX secolo, con il prevalere del cognitivismo e delle emergenti tecnologie di studio, si ebbe una radicale svolta sull'orientamento teorico del comportamentismo, abbandonando la convinzione che il bambino fosse un individuo incompetente, per la nuova visione di una giovane vita già predisposta ad acquisire abilità sempre più complesse.. All'inizio del 1960 con Herbert Simon si iniziò a parlare di «processo delle elaborazioni del bambino (human information processing)»: la mente veniva considerata come un contenitore di capacità, in pratica il bambino avrebbe utilizzato un programma che utilizzava programmi precedenti per svilupparne di successivi. Questa visione dell'"elaborazione dei dati" portò naturalmente alle neuroscienze attraverso i modelli connessionistici.

Jean Piaget e Lev Vygotskij sono di sicuro considerati, nell'era moderna, gli scienziati più importanti per l'avanzamento negli studi della psicologia dello sviluppo. Piaget, nella sua visione, poneva il bambino al centro della scena: grazie alle interazioni con l'ambiente e le figure parentali, aveva la possibilità di migliorare le sue conoscenze. Lo studioso utilizzò sia modelli descrittivi che esplicativi per descriverne lo sviluppo: I modelli descrittivi si fondano sul ragionamento induttivo e implicano "la generalizzazione" di capacità partendo da situazioni specifiche.. In pratica Piaget applicò, a tutta la popolazione di una certa età, delle abilità cognitive che aveva osservato. I modelli esplicativi si fondano invece sul ragionamento adduttivo e implicano la presenza di una "interferenza" per ottenere una spiegazione possibile attraverso la deduzione. Vygotskij, popolare in occidente solo a partire dagli anni sessanta, sostenne che l'interazione con l'ambiente era fondamentale e necessaria per la crescita cognitiva dei bambini.. Secondo lo studioso l'importanza della socializzazione sta all'interno dell'«interiorizzazione» che conduceva al passaggio fra linguaggio come strumento comunicativo, al linguaggio come strumento di regolazione. Per Piaget, al contrario, il linguaggio da funzione interna diventa una funzione sociale..