San Paolo Albanese (Shën Palji in arbëresh, fino al 1863 Casalnuovo, dal 1863 al 1936 San Paolo Albanese, dal 1936 al 1962 Casalnuovo Lucano) è un comune italiano di abitanti della provincia di Potenza in Basilicata.
Geografia È situato ad un'altitudine di 843 metri s.l.m sul declivio del Monte Carnara (). Nato da coloni albanesi nel XVI secolo, per scampare alla dominazione turca in Albania, difende il patrimonio linguistico d'appartenenza, l'arbëresh, e quello religioso, il rito bizantino, degli antenati.
È il comune più piccolo della Basilicata per numero di abitanti.
Storia Le origini di San Paolo Albanese risalgono intorno al 1534. In un documento del 1541 compare per la prima volta il toponimo di Santo Paulo. Fino alla prima metà del XIX secolo ebbe il nome di Casalnuovo di Noya e dal 27 maggio 1863 prese il nome San Paolo Albanese. Durante il periodo fascista, esattamente in data 29 luglio 1936, assunse, temporaneamente, il nome di Casalnuovo Lucano. Con D.P.R. n. 78/1962 prese, in modo definitivo in data 28 marzo 1962, il nome di San Paolo Albanese.
Le origini del più piccolo paese della Basilicata, di etnia arbëreshe, sono avvolte da miti e leggende. Secondo la tradizione storiografica, più comunemente accreditata, sembra che i suoi Capitoli siano da collegarsi ad avvenimenti successivi alla caduta di Costantinopoli nel 1453, la morte di Skanderbeg nel 1468 ed, in particolare, alla conseguente e successiva conquista del territorio di Korone, ad opera di Solimano I, il Magnifico, intorno al 1532. Nel 1534 Lazzaro Mattes, “avendo ottenuto da Carlo V de possedere, costruire et fare casali nel Regno di Napoli con condicione di vassalli, ma fossero franchi essi et loro discendenti da ogni pagamento fiscale, tanto ordinario che straordinario”, fondava in territorio lucano anche questo paese.
Se guardiamo con occhio indagatore i territori aridi e impervi concessi ai profughi decade il mito di una fuga di nobili, costretti a lasciare la terra natia per non sottostare al giogo del Turco invasore e si fa strada la storia della migrazione di intere famiglie, che hanno portato masserizie, affetti, ricordi, bisogni e valori umani e che hanno abitato e lavorato la nuova terra, continuando a far germogliare vite, speranze, attività e cultura, mantenendo rapporti strettissimi con altri profughi, anche se abitanti in territori lontani. Dedite inizialmente quasi solo alla pastorizia, si sono fermate ed hanno costruito i loro insediamenti, le loro case, segnando i luoghi, il paesaggio. Questo attaccamento consente ancora oggi di usare tra arbëreshë l’espressione "Gjaku ynë i shprishur" “Il nostro sangue sparso”. I legami strettissimi tra “gente dello stesso sangue” e le tradizioni “diverse” hanno impedito matrimoni misti fino alla prima metà dell’Ottocento, in questa Comunità è datato 1824 il primo matrimonio misto (una donna esce dalla comunità), bisognerà attendere altri ventuno anni, 1845, per avere un matrimonio in “viri linea”.
Vissuti, per quasi cinque secoli, in totale isolamento, gli arbëreshë stabilitisi a San Paolo Albanese mantengono attuali le singolari ed autentiche tradizioni, gli usi, i costumi, la lingua, il rito religioso greco-bizantino, le feste popolari, i resti materiali, gli ambienti naturali ed umani, la memoria, le radici, l’identità. Nel mantenimento della loro diversità un ruolo forte l’hanno giocato proprio le condizioni di minoranza etnica, di marginalità geografica e di isolamento socioeconomico, cui sono stati destinati, costretti. Si sono sommate, poi, le ragioni di una cultura agro-pastorale, materiale, “analfabeta”.
Nel territorio del Parco Nazionale del Pollino la minoranza etnico-linguistica di San Paolo Albanese è, oggi, una risorsa culturale unica e irripetibile; è, nell’area protetta più grande d’Europa, una emergenza, rilevante al pari degli eccezionali valori naturali e scientifici del pino loricato, la rarità botanica simbolo del Parco.
Elementi strutturali della cultura arbëreshe delle origini sono ancora presenti nella Comunità: vatra (il focolare), gjitunia (il vicinato), ndera (l’onorabilità) e besa (il rispetto dell’impegno preso), quest’ultimo, secondo la nostra tradizione, trascende anche la morte. Racconta un canto che Costantino, morto, al rimprovero della madre per non aver mantenuto besën, la parola data, di riportarle la figlia, Doruntina, nella gioia o nel dolore, travalica il regno della morte, per il tempo sufficiente a mantenere la promessa fatta. Il filo conduttore di questo canto è stato ripreso, in tempi moderni, da Ismail Kadarè in “Chi ha riportato Doruntina?”
Ad oggi la comunità arbëreshe di San Paolo Albanese è una piccolissima minoranza etnico-linguistica di origine albanese che mantiene attuali le singolari ed autentiche tradizioni, gli usi, gli abiti e i costumi (ci sono ancora donne che indossano l’abito tradizionale), la lingua arbëreshe (tramandata oralmente e sempre in uso nelle conversazioni informali), il rito religioso greco-bizantino, le feste popolari, i resti materiali, gli ambienti naturali ed umani, la memoria, le radici, l’identità.
Simboli Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 16 novembre 1988. Sullo sfondo azzurro dello stemma è raffigurato san Paolo in maestà, vestito con una toga rossa, nell'atto di trattenere, con una mano, una spada d'argento; il santo, posto su una pianura di verde, è sovrastato dalla scritta, in lettere maiuscole dorate, . Il gonfalone è un drappo partito di rosso e di bianco.
Monumenti e luoghi d'interesse
La chiesa cattolica di rito greco-bizantino Esaltazione Santa Croce del 1721 in Piazza Vittorio Veneto (). Oggi, la chiesa si presenta ben adatta al rito greco-bizantino anche se è visibile la precedente struttura di rito latino. Chiesa San Rocco del 1614 in Piazza San Rocco () Cappella di San Francesco in Contrada San Francesco Piazza Skanderbeg () Palazzo Smilari in Piazza Vittorio Veneto () Museo della Cultura Arbëreshe in Via Regina Margherita, 15 () Bosco Capillo Monte Carnara
Il rito greco-bizantino
Successivamente al Concilio di Trento (1545-63) e all’applicazione dei decreti, le comunità albanesi vengono assoggettate alla giurisdizione dei Vescovi latini, costrette a rinunciare ai “privilegi” ottenuti dai precedenti pontefici, accusate di eresia, laddove, si tratta di legittime consuetudini della liturgia orientale. Fino a questo momento, infatti, il vescovo di Ocrida nominava un metropolita d’Italia, residente ad Agrigento, in comunione con il Papa, al quale veniva riconosciuta piena libertà per quanto concerneva l’esercizio pastorale sui fedeli delle comunità albanesi.
L’essere stati sufficientemente lontani dalla sede della diocesi di Anglona, in Tursi, sotto la cui giurisdizione ricadeva la comunità, ha consentito il mantenimento del cerimoniale del rito a San Paolo Albanese. Nell’arco del tempo si è avuta, però, commistione di riti, tanto che la Chiesa “Esaltazione Santa Croce” ed anche la Cappella di San Rocco, nell’architettura, non rispondono alla struttura a croce greca, bensì hanno navate e altari laterali. L’ultimo restauro della Chiesa “Esaltazione Santa Croce” ha portato alla luce un affresco, posto su un altare della navata laterale destra, in cui è dipinto il calice con l’ostia: la particolarità sta nel fatto che l’ostia non è tonda ma quadrata e reca una scritta in greco (Iesùs Cristòs Nikà): la presenza della scritta in greco e la forma quadrata dell’ostia consentono di poter affermare che la chiesa è stata adoperata per dire messa in rito greco.
Nel rito greco-bizantino non è contemplata la presenza di statue di Santi, ma solo di icone: a causa della mistione di riti, verificatasi nei secoli, a San Paolo si fanno processioni con statue. A San Paolo Albanese, ancora oggi, durante la processione del Santo Patrono alcuni uomini fanno ballare la falce davanti al grande trono votivo, himunea, realizzato da 360 bouquets di grano tenero e grano duro. Ernesto De Martino, per San Giorgio Lucano, ne ha descritto nella “messe del dolore” tutti i passaggi, dalla ricerca del capro espiatorio fino alla sua uccisione. A San Paolo Albanese si è conservata solo la fase del ballo della falce, che comunque evidenzia le integrazioni dei riti di propiziazione di Cerere e Demetra nel rito bizantino. La presenza del ballo della falce potrebbe accreditare anche la tesi sul primo insediamento degli Albanesi non nel territorio attuale bensì nel territorio di San Giorgio Lucano.
L’iconografo che realizza le pale deve avere una profonda conoscenza della teologia e della tecnica di realizzazione (dalla scelta del legno, privo di nodi e non resinoso, alla tecnica pittorica dell’illuminazione); nell’icona manca la prospettiva (profondità), essa è scritta (dipinta) con la tecnica dell’illuminazione, vale a dire, con stratificazione di colori, dal più scuro per arrivare più chiaro; i colori non sono scelti per ottenere un effetto cromatico gradevole, ma la scelta è vagliata in funzione del simbolismo (oro/paradiso, rosso/divinità, blu/umanità). Esistono diversi tipi di icone: DÈISIS = preghiera; TEOTÒKOS = madre di Dio; PLATYTERA = più ampia dei cieli poiché ha portato in grembo il Signore; GLIKOPHILÒUSA = vergine della tenerezza; ODIGITRIA = immagine della Teotòkos che regge su una delle due braccia il bambino, mentre con l’altra lo indica come la Via da seguire, Ella suggerisce all’uomo di seguire la strada che Gesù è venuto a tracciare per lui.
Il rito bizantino consente ai suoi preti di contrarre matrimonio prima dell'ordinazione, la comunione viene distribuita con pane e vino anche ai laici, è presente nella chiesa l'Iconostasi, una struttura di tipo murario o in legno impreziosita da icone, il calendario liturgico (Giuliano) del rito greco-bizantino non corrisponde completamente con quello (Gregoriano) latino. Per fare un esempio, vengono commemorati i defunti non solo a novembre, ma anche nell’ultima settimana del carnevale; la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, nel calendario liturgico bizantino, rientra tra le feste dispotiche, vale a dire dedicate al Signore e ricorre il 14 settembre.
Solo nel secolo scorso sono state istituite Eparchie specifiche: Benedetto XV istituì l’Eparchia di Lungro nel 1919; Pio XI istituì l’Eparchia di Piana degli albanesi nel 1937. La Chiesa “Esaltazione Santa Croce” è stata edificata nel XVIII secolo (1721), sembrerebbe, dopo l’ultimo restauro, su preesistente edificio religioso; anche la Cappella dedicata a San Rocco la cui data di costruzione, MDCXIV (1614) è incisa, in numeri romani, al centro dell’arcata che divide il vima (bema) dalla navata, risulta edificata su precedente edificio religioso, il cui corpo era la parte del presbiterio.
Il rito del matrimonio
Il matrimonio è la cerimonia religiosa e civile, che conserva il maggior fascino nella tradizione di San Paolo Albanese.
Il matrimonio si svolgeva e si svolge con un cerimoniale particolare, tipico dell’etnia d’origine. Due settimane prima del matrimonio vengono fatti gli inviti agli ospiti. Il giovedì precedente la preparazione del letto degli sposi. In tempi passati c’era una settimana completamente dedicata al confezionamento dei dolci, da offrirsi il giorno del matrimonio.