Il Leoncavallo è un centro sociale autogestito di Milano fondato nel 1975, attualmente senza sede, posizionato fino al 1994 nel quartiere Casoretto in via Leoncavallo, strada che gli diede il nome, poi per un breve periodo in via Salomone e infine in via Watteau.

Il Leoncavallo, tramite le sue strutture, ha pubblicato diversi dischi e libri tra questi alcuni gruppi musicali hanno raggiunto un notevole successo di pubblico e critica, come nel caso di Leoncavallo Live con Bisca, 99 Posse e Almamegretta.

Nella cultura di massa è considerato l'archetipo dei centri sociali, alcuni studi ne rilevano altresì le caratteristiche legate alla specifica tradizione e agenda Milanese, mentre alcuni suoi murales sono vincolati dalla soprintendenza di Milano. Storia L'occupazione popolare

La prima occupazione, il 18 ottobre 1975, fu di un piccolo stabile di via Mancinelli, nella periferia nord-est della città, ad opera di alcuni "comitati di caseggiato" (in particolare di Casoretto e Lambrate), dei collettivi antifascisti della zona e Avanguardia Operaia, e di qualche esponente dei movimenti Lotta Continua e Movimento Lavoratori per il Socialismo. Erano quindi rappresentate un'ampia gamma di ideologie, dagli "ex cattolici" libertari ai marxisti-leninisti.

L'edificio, precedentemente utilizzato da tre aziende, era in stato di abbandono da anni: una volta entrati nello stabile gli occupanti si resero conto dell'enorme magazzino abbandonato adiacente, di oltre  m², che si affacciava su via Ruggero Leoncavallo e ne fecero la sede del centro sociale fino al 1994.

Il Leoncavallo si profilò quindi come una realtà di importanza cittadina ma fortemente radicato nel quartiere, in particolare all'ampia componente operaia di questo. La periferia nord-est di Milano era sede di moltissime fabbriche e veniva considerata una estensione cittadina dell'area di Sesto San Giovanni definita la "Stalingrado d'Italia". Un certo grado di dialogo si venne a creare in particolare con le realtà del quartiere e con esponenti del PSI.

Le prime attività che furono realizzate dopo la pulizia ed il restauro della struttura, oltre ai concerti ed ai laboratori artistici ed artigianali, furono una stamperia per il materiale di controinformazione, l'allestimento di un capannone a teatro per alcune compagnie teatrali, la realtà femminista "Casa delle donne", la "Scuola Popolare" per permettere di far giungere alla licenza media i lavoratori. Fu inoltre trasmessa, dal 1978 al 1980, la radio libera Radio Specchio Rosso.

La lotta all'eroina e l'omicidio di Fausto e Iaio

Negli anni seguenti l'eroina divenne un'emergenza sociale sempre più grave nelle periferie milanesi e al centro sociale venivano organizzate "ronde anti-spaccio" nel quartiere. Il 18 marzo 1978 vennero uccisi due frequentatori del centro sociale, Fausto e Iaio (Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci), a causa delle indagini sul traffico di eroina e cocaina nel quartiere che stavano portando avanti. Al centro sociale vennero stampati in una notte decine di migliaia di volantini, giunti in tutta Europa attraverso i canali del movimento.

Ai funerali, avvenuti pochi giorni dopo il sequestro Moro, parteciparono persone. Fu deciso di sfilare con bandiere rosse e striscioni operai, ma senza i simboli dei partiti e dei movimenti.Fu l'ultima grande manifestazione unitaria di massa degli studenti e dei giovani in generale avvenuta a Milano, prima degli anni del riflusso, quasi una ultima fiammata del movimento del Settantasette. Le Brigate Rosse emisero un comunicato di solidarietà per l'omicidio di Fausto e Iaio. Da quel momento le madri dei due ragazzi ed altre donne del quartiere iniziarono a partecipare alla vita del centro sociale, dando vita al gruppo delle "mamme del Leoncavallo".

La crisi del movimento operaio A fine anni settanta il Leoncavallo fu partecipe delle fratture che divisero il movimento, in seguito alla radicalizzazione della lotta armata. Le attività del centro sociale divennero più frammentate, con parecchi gruppi sempre meno in contatto tra loro, seguendo la logica della non-esclusione di nessuno.

L'attività politica verterà negli anni seguenti principalmente attorno al tema della "lotta alla repressione". Si disperde nei primi anni ottanta buona parte degli occupanti della prima ora. La riconversione della periferia milanese da realtà industriale a zona sempre più residenziale portò il centro sociale a perdere progressivamente l'identità operaia e strettamente legata al quartiere che lo contraddistingueva. Movimenti giovanili e studenteschi divennero sempre più protagonisti della realtà.

Dal 1980 il gruppo immobiliare "Scotti" proprietario dello stabile cercò di riottenere l'utilizzo di gran parte della struttura, ma gli fu negato. Vinse negli anni successivi un ricorso al TAR ed uno al Consiglio di Stato, facendo leva sull'assenza del vincolo nella prima stesura del piano regolatore del 1975 e sull'attesa riconversione della vicina stazione dei tram in area per servizi, poi non avvenuta.

Nel 1983 alcune persone legate al centro vengono inquisite per collusione con i movimenti armati.

Nella seconda metà degli anni ottanta il centro fu punto di riferimento, tra gli altri, di collettivi che facevano riferimento all'Autonomia Operaia.

Lo spazio musicale Nel 1985 il centro sociale, dopo alcune riflessioni interne, si aprì a un collettivo di giovani punk e ad appartenenti ad altre subculture giovanili minori (dark, industrial, neopsichedelici) molto lontani dagli schemi della politica esistente fino ad allora. Una parte consistente di essi era costituito da ex-occupanti del centro sociale Virus. Da tale incontro prese vita lHelterskelter, collettivo che per alcuni anni organizzò concerti ed altre iniziative culturali negli spazi del Leoncavallo, ospitando diversi gruppi, performer e artisti di livello internazionale (D.O.A. Henry Rollins, Sonic Youth, Scream, O!Kult, Borghesia, Étant donnés).

Negli anni seguenti il centro sociale divenne un punto di riferimento della musica indipendente.

Il tentato sgombero del 1989 Nella primavera del 1989 l'immobiliare "Scotti" vendette l'area al gruppo "Cabassi", che ottenne dall'amministrazione comunale guidata da Paolo Pillitteri la decisione dello sgombero del centro sociale, al fine di demolirlo e costruire uffici e negozi.

Il 16 agosto approfittando del periodo vacanziero fu tentato lo sgombero, ma gli occupanti opposero inaspettata resistenza. Ne seguirono violenti scontri, con il lancio di centinaia di lacrimogeni nel centro sociale e gli occupanti che dal tetto dell'edificio lanciavano pietre e bottiglie molotov su carabinieri e polizia. I reparti speciali con l'esplosivo aprirono un varco nei muri ed entrarono nell'edificio. I muri interni dell'edificio vennero abbattuti, e con essi gli storici murali; nello sgombero vennero devastati tutti gli oggetti trovati all'interno del centro, compresi parecchi computer. Furono arrestate le persone presenti sul tetto e denunciati a piede libero altri 55 manifestanti che erano riusciti a fuggire in via Lambrate.

La resistenza allo sgombero, dal punto di vista dell'immaginario, costituì un formidabile volano di aggregazione giovanile e fu la base della nascita del movimento dei centri sociali in Italia. Ebbe riscontri anche in Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Già a partire dai giorni seguenti l'area venne rioccupata e partì la ripulitura e ricostruzione del centro.

La scissione

A partire dallo sgombero si creò una frattura all'interno del centro sociale tra coloro che vedevano il centro come parte di un movimento più ampio (Transiti, collettivo "Ma chi vi ha autorizzato?", cani sciolti, etc.) e coloro che volevano fare del Leoncavallo una realtà politica con leader riconosciuti (Daniele Farina) e punto di riferimento per gli altri centri sociali.

Le 26 persone accusate in particolare per l'utilizzo delle molotov furono condannate ad 1 anno e 6 mesi di carcere, con la condizionale; la sentenza concesse loro attenuanti per "aver agito per alti valori morali e sociali" e suggerì pesanti responsabilità dell'amministrazione comunale. Gran parte di coloro che furono arrestati sul tetto facevano parte dell'ala più collettivista e si allontanarono dal Leoncavallo quando prevalse la linea del secondo gruppo.

Al pari di altri centri sociali che sono venuti dopo e in altre città, la non tolleranza dell'attività di spaccio, di droghe leggere e pesanti, dentro e fuori lo spazio, pertinenze incluse, sarà una costante che tra un'emergenza e l'altra accompagnerà la storia del centro per tutta la sua esistenza.

Inizialmente i seguaci di Farina portarono il Leoncavallo ad una pratica di violenza di piazza che culminò negli scontri del primo maggio 1991 in piazza del Duomo. Gradualmente però, venuta meno l'esigenza di mantenere una leadership dentro e fuori il Leoncavallo con una "immagine rivoluzionaria" e creatasi invece una lunga lista di denunce nei loro confronti, i seguaci di Farina rimisero in discussione le loro modalità d'azione e le loro alleanze.

L'avvicinamento a posizioni nonviolente portò ad un ripensamento critico della strategia di resistenza attiva effettuata nel 1989 e iniziò il percorso che li portò ad entrare nel Partito della Rifondazione Comunista dieci anni dopo.

La scelta di non-violenza fu ribadita durante un processo che portò all'incarcerazione di un ex-leoncavallino trovato in possesso di un inoffensivo residuato bellico.

La sede temporanea Nel 1994 la sede storica viene definitivamente abbandonata. In linea con le posizioni nonviolente assunte e con la scelta di cercare la mediazione con partiti ed istituzioni, gli occupanti scelsero di evitare gli scontri con le forze dell'ordine. Fu concordato con la questura uno sgombero in cui i leoncavallini avrebbero opposto resistenza passiva e fu assegnata per sei mesi una sede in via SalomoneDeposizione di Daniele Farina, portavoce del Leoncavallo, il 18 gennaio 1995 presso il Tribunale di Milano al processo che ne seguì. formalmente all'associazione mamme antifasciste del Leoncavallo.

Il 20 gennaio 1994 i presenti al presidio di protesta che venne indetto vennero portati fuori dalla polizia e "scortati" in una sorta di corteo che attraversò la città fino alla nuova sede. Il centro sociale si trasferì quindi temporaneamente in via Salomone 71, nella periferia sud-est della città, in un capannone industriale assegnato per sei mesi dal prefetto. Durante le operazioni di trasferimento si verificarono però disordini e scontri con le forze dell'ordine, che portarono alla denuncia di numerosi manifestanti, 72 dei quali vennero condannati.

Da questo momento i militanti del Leoncavallo iniziarono ad utilizzare delle tute bianche con cappuccio come "divisa" per il servizio d'ordine interno (o meglio come "non divisa", secondo le teorizzazioni del movimento) durante le manifestazioni e le azioni di resistenza passiva. La scelta fu presa come ironica risposta ad una battuta dell'allora sindaco di Milano, il leghista Marco Formentini, che aveva fatto del voler sgomberare forzatamente il Leoncavallo uno dei punti cardine della propria campagna elettorale e che disse "che da quel momento, solo spettri si sarebbero aggirati per la città". Le tute bianche furono utilizzate per la prima volta nell'autunno del 1993 durante una performance a sostegno di Radio Onda Diretta sul tetto di via Leoncavallo e successivamente durante la manifestazione del 10 settembre 1994. L'utilizzo di tali abiti era stato suggerito da esponenti dei centri sociali legati al movimento zapatista e divenne da allora tratto distintivo della rete politica ¡Ya basta! fino al 2001, quando furono abbandonate nei mesi precedenti ai fatti del G8 di Genova in quanto rischiavano di diventare un "tratto identitario" di quello che venne effettivamente definito movimento delle Tute Bianche.Tute bianche: la prassi della mitopoiesi in tempi di catastrofe di Wu Ming 1