Biografia

Figlio di Pandolfo I e di Taddea da Rimini, fratello di Malatesta III Guastafamiglia, fu signore di Rimini, Fano, Ascoli Piceno, Cesena, Sansepolcro e Fossombrone. Seguì sempre il Guastafamiglia e fu servitore della Chiesa.

Unitamente al fratello e affiancato con il cardinale Bertrando del Poggetto, nel 1333 combatté presso le mura di Ferrara, ma cadde prigioniero. Liberato, si unì a Ferrantino contro il legato pontificio e con gli eserciti riuniti conquistò il territorio di Rimini. Ben presto Ferrantino tramò contro il Galeotto, ma questi lo imprigionò e si nominò signore della città. Dovette peraltro combattere con lo spodestato Ferrantino, e la guerra durò fino al 1343. Ludovico di Baviera gli assegnò il territorio di Fano.

Nel 1347 invase la Marca anconitana e prese Senigallia, Ancona, in seguito espugnò Osimo, Jesi ed Orciano, e in breve fu padrone della maggior parte della provincia. Sconfisse presso Fermo Gentile da Mogliano e Lonio dei Simonetti, facendo prigioniero quest'ultimo.

Nel 1348 la città di Ascoli Piceno dette il comando delle milizie a Galeotto. Egli le assicurò protezione, cercando nello stesso tempo di rendersi signore della città.

Nel 1349 Galeotto depose le armi ed effettuò un pellegrinaggio in Terra santa. Tornato in Italia, nel 1351 fu chiamato da Luigi di Taranto a Napoli.

Nel 1353, insieme con il fratello e con un gran numero di armati pose l'assedio a Fermo, contro Gentile da Mogliano. Ma dovette correre a difendere Rimini, assalita da Fra Moriale e dai suoi venturieri. Combatté quindi il cardinale Albornoz, legato di papa Innocenzo VI, e nel 1353 recuperò Fermo. Cercò di riprendere Recanati al legato pontificio, ma fu respinto. Pose l'assedio a Paterno, che si era ribellato. Combatté con Rodolfo da Varano, ma fu fatto prigioniero. Dopo aver concluso la pace, i Malatesta ebbero dalla Chiesa il vicariato di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone.

Nel 1356 prese parte alla crociata bandita contro il signore di Forlì. Diede il guasto a Cesena e costrinse Faenza alla resa.

Nel 1357 occupò Cesena e posto assedio alla Murata, conquistò dopo un mese la rocca, validamente difesa dalla moglie del l'Ordelaffi. Prese quindi Castelnuovo e Bertinoro, ma assediò invano Forlì. Ebbe per tradimento Meldola e nel 1359 ottenne che l'Ordelaffi capitolasse con Forlì.

Nel 1360 fu inviato dal legato a Bologna, minacciata da Bernabò Visconti. Domò le ribellioni di Corinaldo e fortificò Bologna.

Nel 1361 fu inviato nel territorio di Parma e ne tornò con un ricco furto di bestiame.

Cercò inutilmente di espugnare Lugo, che non prese per la diserzione dei suoi mercenari.

Portò gli aiuti necessari a Bologna e attaccato i nemici al ponte di San Ruffilo, li vinse facendo un cospicuo numero di prigionieri. Sostenne ancora la guerra per altri due anni e quindi ebbe il comando supremo della milizia della regina Giovanna.

Nel 1364, scoppiata la guerra tra Firenze e Pisa, sostituì nel comando delle milizie fiorentine il nipote Pandolfo. Posto l'accampamento a Cascina, distante sei miglia da Pisa, fu assalito dall'Acuto, capitano dei pisani, ma lo vinse, costringedolo a fuggire da Pisa.

Ebbe da Firenze molti onori, ma non poté compiere altre imprese, perché i suoi mercenari gli si ribellarono. Tornato a Rimini, successe al fratello, morto nel 1364, nella signoria, e governò ancora insieme ai figli di quest'ultimo, Ungaro e Pandolfo II. Tenne per sé Fano.

Nel 1368 andò a Padova, dove si trovava l'imperatore Carlo IV, quindi passò al soldo dell'imperatore Costantinopoli.

Nel 1370 ottiene dal papa la signoria di Sansepolcro.

Nel 1372, in Avignone, da papa Gregorio XI fu riconfermato capitano generale della Chiesa, e portò la guerra a Barnabò Visconti, che vinse nel 1373 a Montichiari, nel bresciano.

Per la morte dei nipoti accentrò in sé tutta la signoria dei Malatesta. Assistette il papa nella guerra contro i fiorentini, cercò di recuperare Urbino, ma il popolo urbinate lo respinse. Prese Cagli, ma ne fu cacciato. Nel 1376 costrinse Cesena a mantenersi fedele alla Chiesa, riconquistò Santarcangelo. Tornato a Cesena, ne venne allontanato dal cardinale legato, che vi commise atti di eccessiva ferocia, ragione per cui poté rioccuparla nel 1378, aggiungendovi la signoria di Bertinoro. Nello stesso anno ottenne il governo di Cesena dal conte di Romagna, a nome del papa. Istituì una forma di reggimento e richiamò i fuoriusciti.

Per il possesso di Cesenatico dovette muovere guerra a Guido da Polenta, ma la mediazione del marchese di Ferrara fece fare la pace nel 1381. Sennonché, due anni dopo, furono riprese le armi e il Polenta perdette Senigallia.

Nel territorio ravegnano prese Cervia, Polenta, Cuglianello e Bastia, ma a Ravenna fu sconfitto. Tornato a Rimini, la guerra fu continuata dai figli perché morì nel 1385

La tirannia nella città di Ascoli Piceno (1348-1353)

Galeotto Malatesta di Rimini arrivò nella città di Ascoli Piceno nel mese di maggio dell'anno 1348 e vi rimase fino al 1353. Fu chiamato dal popolo ed eletto dagli ascolani quale “Capitan Generale dell'Armi Cittadinesche” per la guerra contro Fermo. Suo compito, ormai divenuto Signore di Ascoli, sarebbe stato anche quello di difendere e proteggere la città che versava in pessime condizioni a seguito della tirannia del suo predecessore Altoraccio, nipote del papa Clemente VI, dell'epidemia di peste, delle rovinose perdite subite a causa della guerra capeggiata dal nemico fermano Gentile da Mogliano, dalla siccità, dall'invasione delle cavallette, dalla carestia e da qualche danno del terremoto.

Gli ascolani avevano incontrato Galeotto Malatesta durante la guerra contro Fermo e avevano avuto modo di apprezzare le sue capacità militari di tenere testa a Gentile da Mogliano. Pensarono quindi di affidarsi a lui, e a suo fratello Malatesta, detto Guastafamiglia. Per mezzo di un'ambasceria, li sollecitarono a correre in loro aiuto offrendo a Galeotto il generalato delle loro armi. Le cronache cittadine riferiscono che al tempo era un giovane e ambizioso condottiero di ventura, congiunto in matrimonio nel 1323 con la giovane Elisa de la Villette, sua prima moglie, nipote del Rettore della Marca Amelio di Lautrech. Arrivò ad Ascoli con il fratello Malatestino e un cospicuo numero di soldati e cavalieri e il popolo lo acclamò come “difensore del popolo ascolano”. Malatesta organizzò un modesto ma valente esercito e un reggimento costituito da montanari e iniziò ad inseguire l'esercito fermano.

Nel mese di novembre del 1348 si scontrò a San Severino con Gentile da Mogliano il quale ripiegò verso Fermo e lasciò nelle mani degli ascolani molti prigionieri, vettovaglie e retroguardia. Galeotto, fiero di questa facile vittoria, tornò verso Ascoli e durante il cammino saccheggiò e sottomise i castelli di Marano, Castignano, Monte dell'Olmo e Carassai. Occupò anche San Benedetto a Mare, l'attuale San Benedetto del Tronto, grazie al tradimento di Piero Mancini che vendette la sua città per una ricompensa di 1.000 fiorini d'oro, pagati dagli ascolani. Sempre nello stesso anno la campagna di conquista proseguì con l'assedio alla città di Offida dove Galeotto si accampò con le sue truppe. Rovinò le strade che conducevano all'interno della cittadina e ruppe l'acquedotto che alimentava le fonti al di fuori delle mura. Gli offidani tentarono di contrastare con coraggiose sortite i malatestiani, ma al fine di evitare sofferenze e spargimento di sangue scesero alla resa. Sulla scia di questa ulteriore conquista si portò col suo esercito ad Ancona e la occupò durante una notte senza incontrare avverse resistenze da parte degli anconetani. Secondo le cronache dell'epoca non si esclude che forse avevano loro stessi invitato Malatesta a conquistare la città. Questo successo realizzò il desiderio di Malatesta da Verrucchio che avrebbe voluto dominare la Marca fino al fiume Tronto. Mancava solo la città di Fermo che non fu mai sottomessa alla signoria dei Malatesta, nonostante gli incessanti tentativi di delegittimare la sovranità di Gentile da Mogliano che fu sostenuto anche dall'ausilio della compagnia di ventura di Fra Moriale, ossia Montreal d'Albarno.

Le opere fortificate, la congiura ai danni di Galeotto e l'arresto del vescovo Isacco Bindi (1349)

Tornato ad Ascoli costruì il forte, presso Porta Maggiore, sul greto del torrente Castellano, che fu demolito con la sua cacciata e successivamente ricostruito da Sangallo il Giovane. L'opera fortificata porta ancora oggi il suo nome: Forte Malatesta. Sempre nello stesso anno ordinò l'edificazione di un altro cassero che, dopo la ricostruzione “a fundamentis”, voluta dal papa Pio IV, venne denominato: Fortezza Pia. Questa costruzione è situata nella zona più alta della città, il colle Pelasgico, e gode di un'ottima veduta strategica. Inoltre sistemò i fossati che circondavano Ascoli, rafforzò le mura di cinta e pavimentò tutte le strade cittadine.

L'esigenza del Malatesta di costruire con celere rapidità opere fortificate nasceva dalla consapevolezza di sapere che il popolo ascolano lo guardava con ostilità e non nutriva molta simpatia per gli abusi che commettevano sia egli stesso che il suo esercito ai danni della città.

Gli ascolani non avevano alcuna intenzione di sopportare il peso di una nuova tirannia e incominciarono ad ordire una serie di cospirazioni e congiure ai danni di Galeotto.

Le cronache ascolane riportano le notizie delle esecuzioni ordinate da Malatesta contro chi avrebbe voluto attentare alla sua vita e specificano che nel mese di agosto furono decapitati “Francischo de messer Parisano et Acavico de Jacobo de Libirtino” in Piazza Arringo, di fronte al palazzo vescovile. Nello stesso mese fu giustiziato anche “Silvestro de messere Bon Giovando” e in settembre “Jacubutio de Cabirtino”, quest'ultimo a Campo Parignano. Si trattava di gesti altamente dimostrativi da monito per chiunque avesse cercato di attentare alla sua vita. Ciò alimentò maggiormente gli animi degli ascolani contro il tiranno e suscitò lo sdegno del vescovo benedettino che aveva avuto modo di seguire i fatti dalle sue finestre.

La reazione di Isacco Bindi, vescovo di Ascoli, fu immediata, e indossati i paramenti, si recò al cospetto di Malatesta e dei suoi ufficiali nell'intento di affrontarli e rimproverali pubblicamente, ma non fece in tempo perché le soldatesche di Galeotto lo aggredirono e lo condussero in prigione presso il forte insieme ai suoi fratelli: Angelo, Benedetto e Nicola detenendoli per 11 mesi.

Gli ascolani, che consideravano il vescovo la loro guida e il loro unico difensore, restarono impietriti di fronte a tanta efferatezza e fuggirono riparando nelle loro abitazioni. Gli uomini di Malatesta saccheggiarono e chiusero le chiese e in tutta la città si respirava aria di terrore al passaggio delle guardie del tiranno che, durante le costanti perlustrazioni, avrebbero soffocato qualunque atto di ribellione o riscossa per i fatti accaduti. Sempre nello stesso anno posò le armi e viaggiò in Palestina. Le cronache ascolane raccontano anche del suo viaggio a Rimini e al Santo Sepolcro, che secondo De Santis sarebbe da intendere più come Sansepolcro vicino ad Arezzo.

La nuova congiura, la rivolta dei castelli della montagna e la liberazione del vescovo ascolano (1350)

Nel mese di gennaio del 1350, Pier Marino di Gio. di Stefano, Giovanni Gentiloni bolognese, Notar Cola Andrea Bianchino di Ciccio di Lelio, Sante alias Ronzone e altri, non menzionati nel testo della cronaca, congiurarono contro Galeotto, ma la cospirazione non riuscì poiché fu rivelata al tiranno da Lozzo di Ruggero da Cascia che, per questa delazione, ricevette una ricompensa di 100 fiorini d'oro.