Ciò che oggi s'intende con dialetto romanesco è un codice linguistico molto simile all'italiano: ha subito un processo di fiorentinizzazione in epoca preunitaria che lo rende assai affine all’italiano, che coincide col fiorentino emendato, anticipando un processo che gli altri dialetti subiranno in epoca postunitaria. Appartiene al gruppo dei dialetti mediani, ma diverge da essi in alcuni tratti tipicamente toscani, diffusi in città durante il Rinascimento dalle allora cospicue (e ricchissime) nationes toscane di stanza a Roma e dalla Corte papale. La sua grammatica perciò si discosta poco da quella italiana, fondata com'è appunto sul toscano, e un italofono può capire agevolmente gran parte di un discorso in romanesco. Specialmente nei parlanti appartenenti ai ceti più bassi, il romanesco presenta una ricchezza di espressioni e modi di dire decisamente notevole, in continuo sviluppo. La distanza che separa la varietà contemporanea di romanesco da quella consacrata nella letteratura dialettale classica (quella del Belli) va sempre più aumentando.

Nei tempi attuali ricorre anche saltuariamente il termine neoromanesco, usato per indicare un gergo parlato nelle periferie romane che «si allontana notevolmente dalla parlata del centro per creare una sua lingua periferica, originale nella sapiente utilizzazione del gergo giovanile e nel frequente apporto di conii personali...».

Storia Nel corso del Rinascimento il romanesco ha subito un pervasivo processo di toscanizzazione. Come testimoniano numerosi testi altomedievali,Si veda ad esempio la Cronica dell'Anonimo Romano (Indice), che narra tra l'altro la vita di Cola di Rienzo. il volgare che si parlava a Roma nel Medioevo era assai più vicino agli altri dialetti laziali o al napoletano che al fiorentino. Presentava infatti: la metafonesi delle vocali mediobasse (rom. ant. puopolo, castiello); la conservazione di jod (rom. ant. iace, it. giace; iónze, it. giunse); il betacismo (rom. ant. vraccia, it. braccia; rom. ant. Iacovo, it. Giacomo); la vocalizzazione di -l preconsonantico. (rom. ant. aitro, it. altro); l'articolo determinativo maschile solo in forma forte (rom. ant. lo ponte, it. il ponte); il passato remoto in -ào ed -éo (rom. ant. annao it. andò; rom. ant. fao it. fece; rom. ant. pennéo it. pendé); il futuro in -àio (rom. ant. farràio, it. farò), ancora in uso in vari dialetti laziali.Per la natura del romanesco antico si veda posposizione del pronome personale (rom. ant. patremo, it. mio padre). In parte questo dialetto si è mantenuto fino al XIX secolo nella parlata del ghetto di Roma, che rimase immune da influenze esterne e quindi più fedele al tipo linguistico originario. Sulla progressiva toscanizzazione del romanesco nel corso del Rinascimento sono fondamentali gli studi di Gerhard Ernst.

Caratteristiche Il romanesco e l'italiano: varianti e diffusione sul territorio

Il romanesco attuale è un idioma che ha origini sensibilmente differenti dal resto degli idiomi laziali: non ha infatti seguito come loro la regolare trafila di sviluppo a partire dalla locale parlata latina volgare. Peraltro nel Lazio si riscontra a livello fonologico una significativa persistenza di tratti riconducibili a substrati linguistici pre-romani e in particolare l'assimilazione progressiva -ND- > -NN-, che è di origine e si è estesa alle aree dialettali del meridione a partire dall'Italia mediana. A differenza del sistema dei dialetti laziali (affini al gruppo umbro-marchigiano) il romanesco affonda le proprie radici nel toscano parlato a Roma a partire dal Quattrocento. Riguardo all'importanza e ruolo della colonia fiorentina di Roma nel Rinascimento sono fondamentali gli studi di A. Esch.

Il toscano influenzò potentemente il romanesco grazie al prestigio dei suoi parlanti (già il diarista romano primo-quattrocentesco Antonio dello Schiavo affermava "quod ipsi domini Romani non essent domini Urbis, nec dominus noster Papa", ma i grandi finanzieri della Natione fiorentina di stanza in città) a scapito del prestigio fino allora indiscusso (a livello parlato) della originale parlata di tipo laziale. Gli sviluppi successivi del romanesco dimostrano che la toscanizzazione avvenne a partire dai ceti alti dei nobiles viri romani per poi, solo a partire dalla seconda metà del Cinquecento, pervadere, con minor efficacia, gli strati più poveri della struttura sociale romana, ancora successivamente legati a tratti tipicamente non-toscani, come l'assimilazione progressiva , -ND- > -NN-, -MB- > -MM-, assenti nella parlata romana "civile", cosiddetta per distinguerla dal plebeo romanesco.

Per queste ragioni il romanesco odierno è molto più affine all'italiano degli altri dialetti del Lazio, che invece sono autoctoni: in generale una frase in romanesco è sempre comprensibile a un parlante italiano, diversamente da quanto accade per i dialetti laziali che richiedono una certa pratica e attenzione (se non addirittura, in certi casi, lo studio) per essere capiti dai non-dialettofoni. Confinato all'area della città di Roma fino alla fine dello Stato pontificio (se si escludono ipotizzate comunità in importanti città limitrofe, come Civitavecchia), quando la città divenne capitale del nuovo Stato nazionale, le successive ondate di immigrazione e il conseguente incremento crescente della popolazione residente cominciarono ad alterare profondamente il patrimonio linguistico che possiamo desumere dal Belli.

Nel Novecento, con la crescita della città capitale e degli spostamenti da e verso di essa, alcuni usi propri del lessico e dell'accento romani cominciarono a diffondersi nelle aree contermini della provincia romana che comprendeva a quei tempi il territorio pontino, fino a raggiungere nel secondo dopoguerra (anni settanta) aree e città delle province limitrofe di Frosinone, Rieti e Viterbo, grazie anche a fenomeni crescenti di pendolarismo lavorativo. Questa espansione in ampiezza delle caratteristiche più essenziali del linguaggio romano, corrispondente anche al modificarsi della struttura urbanistica della città, sempre più proiettata fuori dalle mura, è stata accompagnata - inevitabilmente - da un pari impoverimento delle risorse lessicali e idiomatiche che costituivano l'identità del dialetto, che per molti dei nuovi "romani" era una lingua nuova, imparata dopo lo stabilimento in città.

La diffusione di programmi televisivi e cinematografici ha contribuito a cambiare il vecchio linguaggio della Roma rionale in un qualcosa di leggermente diverso tanto che si può tranquillamente dire che le opere scritte in dialetto da autori come Giggi Zanazzo conservino uno stile diverso. Nell'area della bassa campagna romana (Pomezia, Ardea e Aprilia) e dell'agro pontino (oggi zone di Latina, Pontinia e Sabaudia), negli anni trenta bonificate e colonizzate con l'immigrazione di gruppi di pionieri provenienti dall'Italia settentrionale (comunità veneto-pontine), storicamente e culturalmente poco portate alla conoscenza e all'uso della lingua italiana ma soprattutto sottoposte a una particolare struttura sociale di "nuova" costituzione, il dialetto romanesco fu all'inizio percepito come idioma "superiore", in quanto era la lingua della (pur piccola) classe impiegatizia e dirigenziale, l'unica sostanzialmente alfabetizzata, quindi percepita lingua del comando oltre che decisamente più simile all'italiano rispetto sia alle parlate proprie (veneto, emiliano e addirittura friulano) sia alle parlate locali (dialetti lepini e albani).

A partire dagli anni cinquanta questo "neodialetto" prese quindi il sopravvento - in una forma abbastanza cristallizzata - sulle parlate originarie nei grandi centri urbani, per poi estendersi progressivamente a tutti i centri della pianura che gravitano su Latina, spesso affiancato all'uso della propria lingua d'origine relegato all'ambito familiare, in una sorta di condizione di parziale plurilinguismo. È per ciò che il dialetto romanesco di Latina e dell'area pontina è sensibilmente diverso dal resto delle parlate diffusesi nel Lazio, risultando molto più vicino al Romanesco originario degli anni '30 rispetto alle altre parlate che invece risentono di più del romanesco moderno, sebbene molti degli abitanti di Latina discendano da veneti e romagnoli stabilitisi in città dopo la bonifica dell'agro. Secondo alcuni per certi aspetti il dialetto romanesco di Latina, per quanto meno "stretto" (ossia molto più vicino all'italiano), è più vicino a quello di Trilussa, di quanto non risultino vicine oggi le parlate romanesche diffuse nella città stessa di Roma.

Differenze fonologiche e fonetiche con l'italiano /l/ > /r/ a contatto con una consonante: dorce "dolce"; nel romano ottocentesco, anche dopo consonante: obbrigà "obbligare", ma in questo contesto il fenomeno è in regresso; /s/ > /ts/ se dopo /n, l, r/: perzona "persona". Ciò è valido anche in fonetica sintattica: er sole ; /nd/ > /nn/: quanno "quando"; /ld/ > /ll/: callo "caldo"; /mb/ > /mm/: piommo "piombo"; /rr/ > /r/ sistematicamente: azzuro "azzurro". /r/ è anche immune al raddoppiamento fonosintattico: a Napoli ma a Roma . Ironicamente ripreso nel detto Tera, chitara e guèra se scriveno co' ddu' ere, sinnò è erore; Il dittongo /wɔ/ dell'italiano è assente e gli corrisponde /ɔ/: bòno "buono", còre "cuore"; Aferesi delle vocali a inizio di parola prima di nasale: 'nzomma "insomma", 'n "in" o anche "un", 'mparà "imparare", 'gni "ogni"; // > /jj/; se si trova a contatto con /i/, anche /∅/: ajo "aglio", famija o famìa "famiglia", fijo o fio "figlio", ojo "olio"; /l/ > /∅/ negli articoli determinativi che nel romanesco belliano erano ancora lo, la, le, li, per cui oggi si dice 'o, 'a, 'e, 'i ("Lex Porena"). Anche le preposizioni articolate sono contratte: de lo, de la, a la, a lo > rom. dô, dâ, â, ao; /nd͡ʒ/ > /ɲɲ/: piagne "piangere"; /b/ e /d͡ʒ/ si realizzano sempre intensi se non si trovano dopo una consonante: libbero, reggina "libero, regina". Ciò è valido anche a inizio di frase: bono, gelato si realizzano /t͡ʃ/ si realizza [ʃ] quando singolo e intervocalico: cucina , dieci ; /nj/ > /ɲɲ/: gnente "niente"; /lj/ > /jj/: mïone "milione", bïardo "biliardo"; /a/ atono > /e/ in posizione interna: arìveno "arrìvano".

Accentuazioni grafiche Graficamente l'accento tonico romanesco di chiusura e apertura delle vocali viene riportato secondo gli accenti grafici italiani (quindi "è" si leggerà come "cioè" mentre "é" si pronuncia come in "perché"). Adattando le apocopi (di cui il romanesco abbonda) rispetto allo standard italiano si permette la lettura del romanesco anche a chi non sia di madrelingua. Nel romanesco è prassi privare l'infinito dell'ultima sillaba (-re) attraverso un troncamento, nelle coniugazioni si rappresenta graficamente con un accento (parlà, vedé, partì). Però il romanesco non ha solo 3 coniugazioni come l'italiano: "bere" e "piacere" in italiano appartengono alla seconda, mentre béve e piacé in romanesco seguono coniugazioni e regole diverse.

L'accento circonflesso "^" che si può trovare sopra le vocali "a", "e", "i" e "o" ne allunga il suono e quindi â, ê, î e ô suoneranno come "ee", "aa", "ii" e "oo". In genere si utilizzano negli articoli, per assorbire la "l". Spesso invece dell'articolo italiano "i" si scrive î: questo si spiega perché l'originale articolo romanesco sarebbe li. Per il resto dê è in italiano "delle", dâ è "della", ma anche "dalla"; poi jâ sta per "gliela", sô per "se lo", ciô per "ce lo", cô, câ per "con lo, con la", quô, quâ per "quello, quella", "tê" per "te le", "tô" per "te lo", nô, nâ per "nello, nella", ecc.

Da notare che le parole “po'” e pò sono omofone, ma sono tra loro diverse. La prima è scritta e ha lo stesso significato che si ha in italiano; pò invece è il romanesco per "può". Il verbo stà (3a p. sing. pres. ind. di stare) è diverso da 'sta, che significa "questa".