L'antimilitarismo è l'ideologia che sostiene l'opposizione al militarismo, alle istituzioni militari (specialmente alle forze armate come l'esercito) e alla guerra tra gli stati. Rappresenta l'opposto del militarismo, ma, in parte, è diverso dal pacifismo, che, come la nonviolenza, è un'opposizione generale a tutte le forme di violenza. È legato, a vario titolo, con ideologie quali l'anarchismo (di varia matrice, ma raccolti intorno ad una precisa idea di anarchia come assenza di coercizione), il liberalismo sociale (area radicale), il libertarianismo, l'individualismo, il socialismo e il comunismo.

Per l'ideologia antimilitarista l'esercito e le strutture militarizzate sono apportatori di guerra e di violenza, oltre che oppressori della libertà personale degli individui, specialmente dove è in vigore la leva obbligatoria (ma non solo), oltre a essere una lobby potente che ostacolerebbe comunque la pace al fine, particolarmente secondo i socialisti, di spezzare la solidarietà internazionale dei lavoratori. L'antimilitarismo ricorda spesso il ruolo avuto dall'esercito nei colpi di stato e nell'instaurazione di violente dittature militari.

L'antimilitarismo tradizionale ha spesso anche caratteri di internazionalismo, cosmopolitismo e anti-nazionalismo, ma anche di anti-imperialismo.

Differenza fra antimilitarismo e pacifismo AspettoPacifismoNorberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il MulinoMahatma Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, EinaudiMichael Walzer, Guerre giuste e ingiuste, Laterza (utile per il pacifismo relativo)Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, Edizioni Gruppo AbeleAntimilitarismoCharles Tilly, Coercion, Capital, and European States, BlackwellRosa Luxemburg, Scritti contro la guerra, Editori RiunitiHoward Zinn, Disobbedienza civile, Il SaggiatoreErrico Malatesta, Anarchia e violenza, Zero in CondottaObiettivo principaleEliminare o prevenire la guerraContrastare il militarismo come sistemaPosizione sulla guerraRifiuto della guerra come mezzo di risoluzione dei conflittiLa guerra è conseguenza inevitabile del sistema militareEsercitiPossono essere tollerati (specie in versioni non assolute)Generalmente rifiutatiUso della forzaMai (pacifismo assoluto) o solo in casi estremi (pacifismo relativo)Considerato strumento di dominio politico ed economicoApproccioEtico, morale, umanitarioPolitico, sociale, strutturaleMezzi propostiNonviolenza, diplomazia, mediazioneSmilitarizzazione, riduzione spese militari, abolizione della levaRapporto con lo StatoPuò operare all’interno delle istituzioniSpesso critico o ostile allo StatoMovimenti e ideologieGandhismo, cristianesimo pacifista, nonviolenzaSocialismo, anarchismo, libertarismoSintesi“La guerra è sbagliata”“Il sistema militare produce guerra”

Critiche alla violenza L’antimilitarismo muove diverse critiche alla violenza, soprattutto a quella organizzata dagli Stati (guerre, eserciti, armamenti):

La violenza non risolve i conflitti. L’antimilitarismo sostiene che la violenza armata non elimina le cause profonde dei conflitti (ingiustizie sociali, economiche, politiche), ma spesso le aggrava, creando nuove tensioni, vendette e cicli di guerra. Disumanizzazione dell’altro. La guerra richiede di trasformare il nemico in qualcosa di meno che umano. Questo processo distrugge l’empatia, normalizza l’odio e rende accettabili atrocità che in tempo di pace sarebbero moralmente inammissibili. Sofferenza dei civili. Una critica centrale è che la violenza militare colpisce in modo sproporzionato i civili: morti innocenti, distruzione di città, traumi psicologici, profughi. Anche le “guerre giuste” finiscono per punire chi non combatte. Strumento di potere e dominio. Secondo l’antimilitarismo, la violenza armata è spesso usata per difendere interessi economici, geopolitici o di élite, più che per la sicurezza reale delle popolazioni. L’esercito diventa così uno strumento di controllo, non di difesa. Militarizzazione della società. La violenza militare non resta confinata al fronte: influenza la cultura, l’educazione e la politica, legittimando autoritarismo, obbedienza cieca e repressione del dissenso. Costi morali e materiali. Gli enormi investimenti in armamenti sottraggono risorse a sanità, istruzione e welfare. Inoltre, la violenza lascia ferite morali durature: traumi, assuefazione alla morte, perdita di valori etici. Esistono alternative non violente. L’antimilitarismo insiste sul fatto che esistono strumenti più efficaci e giusti: diplomazia, cooperazione internazionale, mediazione dei conflitti, resistenza non violenta.

Capitalismo ed industria militare Gli antimilitaristi muovono diverse critiche al capitalismo e all’industria militare, spesso intrecciandole tra loroLa guerra è una mafia (in inglese War is a Racket), un discorso e un libro del 1935, di Smedley D. Butler:

1. La guerra come business

Secondo gli antimilitaristi, nel capitalismo la guerra diventa una fonte di profitto: Le industrie belliche guadagnano enormemente da conflitti, tensioni e riarmo. La pace non conviene economicamente a chi vende armi.

2. Complesso militare-industriale

Riprendendo anche le parole di Eisenhower, gli antimilitaristi denunciano il legame stretto tra:

governi eserciti grandi aziende di armamenti

Questo porta a:

pressioni politiche per aumentare le spese militari decisioni di guerra influenzate da interessi economici riduzione del controllo democratico

3. Spreco di risorse pubbliche

Un’altra critica centrale:

miliardi spesi in armi invece che in sanità, istruzione, ambiente il riarmo è visto come socialmente improduttivo i costi umani e ambientali delle guerre sono ignorati

4. Produzione di insicurezza

Paradossalmente, l’industria militare:

non aumenta la sicurezza globale alimenta corse agli armamenti favorisce escalation dei conflitti

5. Sfruttamento del Sud globale

Gli antimilitaristi sottolineano che:

le guerre avvengono spesso in paesi poveri o ex colonie le armi sono prodotte nei paesi ricchi e usate altrove le popolazioni locali subiscono distruzione senza benefici

6. Normalizzazione della violenza

Secondo questa critica:

la cultura militare giustifica la violenza come “necessaria” i media e la propaganda legittimano interventi armati la guerra diventa un mezzo ordinario di gestione dei conflitti

7. Mercificazione della morte

Una critica più etica e radicale:

armi, sicurezza e persino mercenari diventano merci la morte è contabilizzata in termini di costi e benefici i civili diventano “danni collaterali”

Gruppi antimilitaristi Tra i numerosi gruppi pacifisti e per il disarmo si annovera il Nonviolent Peaceforce, o il più recente sono gruppo statunitense A.N.S.W.E.R., tra i cui membri di spicco figura Michael Prysner, ex soldato in Iraq e in Afghanistan, e divenuto leader del movimento politico March Forward!

Critiche all'antimilitarismo Agli antimilitaristi vengono rivolte diverse critiche, provenienti sia da ambiti politici sia culturali e strategici. Le principali sono:

Ingenuità o idealismo eccessivo. Si accusa l’antimilitarismo di sottovalutare la realtà dei conflitti internazionali, ritenendo che la pace possa essere garantita solo dal dialogo anche di fronte ad attori aggressivi o autoritari. Debolezza difensiva. Secondo i critici, ridurre o rifiutare gli strumenti militari renderebbe uno Stato vulnerabile, incapace di difendere la propria sovranità o di proteggere i cittadini in caso di minacce esterne. Irresponsabilità verso alleanze e obblighi internazionali. Gli antimilitaristi vengono accusati di non considerare gli impegni assunti in alleanze (come quelle di difesa collettiva), scaricando il peso della sicurezza su altri Paesi. Mancanza di alternative concrete. Una critica frequente è che l’antimilitarismo denunci i mali della guerra senza proporre strumenti altrettanto efficaci per la gestione dei conflitti, la deterrenza o la protezione dei diritti umani. Rischio di favorire l’aggressore. In alcuni contesti si sostiene che il rifiuto dell’uso della forza possa, di fatto, avvantaggiare chi è disposto a usarla, incoraggiando comportamenti aggressivi. Disconnessione dalla realtà storica. Viene rimproverato all’antimilitarismo di ignorare casi storici in cui l’uso della forza è stato decisivo per fermare genocidi, invasioni o regimi violenti.

Cinema

Un classico film a contenuto antimilitarista è All'ovest niente di nuovo del 1930 diretto da Lewis Milestone, vincitore del Premio Oscar come miglior film e miglior regista. Fu proiettato in un ambiente culturale ostile al messaggio pacifista dell'opera che veniva proclamato in un'Europa dove già si diffondevano le ideologie fasciste. La sua uscita nelle sale cinematografiche tedesche suscitò infatti l'indignata reazione dei nazisti, che cercarono di bloccarne la visione, arrivando a lanciare topi in platea durante la "prima" a Berlino."Dizionario del cinema americano", di Fernaldo Di Giammatteo, Editori Riuniti, Roma, 1996, pag.12-13 Sullo stesso tema uscì il film (proibito il 27 aprile 1933 dalla censura nazista) Westfront 1918 di Georg Wilhelm Pabst che narrava gli ultimi mesi di vita e di morte precedenti la fine della prima guerra mondiale di quattro fanti tedeschi sul fronte francese.

Un tema analogo, riferito alla guerra civile americana, era quello trattato dal film, che non suscitò polemiche, La legge del Signore con ambientazione western del 1956 diretto da William Wyler, vincitore della Palma d'oro come miglior film al 10º Festival di Cannes. Nel film si racconta dello scontro in una famiglia di pionieri quaccheri tra l'intransigenza nonviolenta della madre, il buon senso del padre fedele alla morale pacifista della Legge del Signore e il giovane figlio che nonostante le sue convinzioni religiose ritiene giusto combattere per la difesa della patria nordista e della sua stessa famiglia dai razziatori sudisti.

Sempre nel 1956 uscì il film L'arpa birmana (Biruma no tategoto) diretto da Kon Ichikawa, dove si racconta di Mizushima, un soldato giapponese che accetta la missione di far arrendere nel luglio 1945, a guerra ormai terminata, un gruppo di fanatici suoi compatrioti che, rifugiatisi in una caverna, hanno deciso di continuare a combattere. Il soldato viene trattato da vigliacco e da traditore quando tenta di spiegare al comandante che, scaduto il termine imposto dagli Alleati, la caverna verrà bombardata. Allo scadere dell'ultimatum, molti muoiono sotto il fuoco dell'artiglieria. Mizushima rimane ferito, un prete buddista lo raccoglie e cura le sue ferite dandogli una lezione di umanità. Mizushima decide allora di non ricongiungersi con i commilitoni e di diventare bonzo, per dare onorevole sepoltura ai corpi dei compatrioti morti.

Una sorte simile all'opera di Autant Lara ebbe invece Orizzonti di gloria (Paths of Glory) film antimilitarista americano del 1957 diretto da Stanley Kubrick premiato con il Nastro d'argento 1959 come miglior regista straniero che soltanto nel 1975 fu proiettato in Francia.

A polemiche ancora in corso fu l'uscita del film Per il re e per la patria (King and Country) del 1964 diretto da Joseph Losey, tratto dalla pièce teatrale Hamp di John Wilson, presentato in concorso alla 29ª Mostra del cinema di Venezia, dove Tom Courtenay vinse la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Il film presenta una critica al militarismo, mettendo in luce il ruolo degli alti gradi militari e le decisioni che portano al sacrificio di un individuo con l'obiettivo di influenzare il comportamento della truppa in vista di un attacco.

La polemica cinematografica antimilitarista è proseguita nei seguenti anni Settanta con il film diretto da Francesco Rosi Uomini contro e, in tempi più recenti, con Full Metal Jacket (1987) di Kubrick e La sottile linea rossa (1998), di Terrence Malick.

Altri film sull'antimilitarismo sono:

All'ovest niente di nuovo (1930) di Lewis Milestone Il grande dittatore (1940) di Charlie Chaplin