Il parco dell'Appia Antica è il parco urbano più grande d'Europa ed è un'area naturale protetta di circa ettari istituita nel 1988 dalla Regione Lazio all'interno dei territori comunali di Roma, Ciampino e Marino. Dal 2024 vari tratti della via Appia Antica sono Patrimonio dell'umanità UNESCO, in particolare quello tra il 1° e il 13° miglio che ricade nel parco.

Il territorio è un "cuneo verde" tra il centro di Roma e i Colli Albani, che rappresenta il residuo più importante dell'Agro Romano dal punto di vista storico, archeologico e paesaggistico. Comprende infatti la via Appia Antica e le sue adiacenze per un tratto di 16 chilometri (compresa la Villa dei Quintili), la valle della Caffarella (200 hm²), le aree archeologiche degli Acquedotti (240 hm²), di Tor Fiscale e delle tombe della via Latina, la Tenuta di Tor Marancia (220 hm²) e quella della Farnesiana (180 hm²).

I confini sono a nord le Mura aureliane, a ovest la via Ardeatina e la linea ferroviaria Roma-Cassino-Napoli, a est i quartieri Appio-Latino e Appio Claudio e la via Appia Nuova, mentre a sud il Parco arriva ai moderni centri abitati di Frattocchie e Santa Maria delle Mole.

Per quanto riguarda la tutela archeologica, monumentale e paesaggistica la medesima area è soggetta anche al Parco archeologico dell'Appia Antica.

Storia L'idea di un grande parco archeologico tra il Foro Romano e i Castelli Romani emerge per la prima volta durante il periodo napoleonico. È però Papa Pio IX ad attuare i primi interventi di sistemazione archeologica dell‘Appia Antica, affidati a Luigi Canina. Dopo l'Unità, Rodolfo Lanciani, Guido Baccelli e Ruggero Bonghi lanciano alcuni progetti di recupero dell'area, i cui effetti sono però limitati alla Passeggiata archeologica (oggi viale delle Terme di Caracalla).

Nel 1931 il Piano regolatore prevede l'Appia Antica come un "grande parco" circondato da una "zona di rispetto", ma già nel secondo dopoguerra corre il rischio di essere sommersa dal cemento, a causa sia dei progetti di costruzione di complessi abitativi e sportivi a poca distanza dai monumenti, sia dell'azione continua e altrettanto distruttiva dell'abusivismo edilizio per ristrutturare casali preesistenti e insediare attività produttive. Peraltro, la realizzazione del Grande raccordo anulare ha tagliato in due la strada all'altezza del settimo miglio fino alla realizzazione dell'attuale galleria in occasione del Giubileo del 2000.

Alla fine degli anni cinquanta Antonio Cederna e l'associazione Italia Nostra avviano una lunga battaglia per la salvaguardia dell'Appia Antica, che coinvolge sempre più l'opinione pubblica, finché nel 1988 la Regione approva l'istituzione del Parco Regionale, di cui diventa presidente nel 1993 lo stesso Cederna.

Nel 2002 il Parco è stato ampliato con l'acquisizione definitiva della tenuta di Tor Marancia, e nel 2018 con le aree a sud di Cornacchiole, Fiorano, Divino Amore, Falcognana e Mugilla.

Il territorio del Parco è rimasto al 95% di proprietà privata: il 40% appartiene ancora alle antiche tenute dell'aristocrazia romana, il 25% a società, il 20% a piccoli proprietari, il 10% a enti religiosi. L'area pubblica comprende un 2% di demanio comunale, un altro 2% di demanio storico-artistico, e anche l'1% di demanio militare.

Valle della Caffarella Una parte importante del parco consiste nella valle della Caffarella, un'area di circa 200 ettari, dove sono concentrate straordinarie qualità archeologiche e paesaggistiche. Si estende tra via Latina e via Appia Antica, dalle Mura Aureliane fino a via dell'Almone.

Il nome deriva dalla famiglia Caffarelli, proprietaria del fondo, indicativamente, dal 1500 fino al 1800, quando venne ceduto alla famiglia Pallavicini. Si susseguono diversi passaggi di proprietà e frazionamenti del territorio, intorno al 1930, lungo via Latina, via Mondaini, via di Vigna Fabbri e via dei Cessati Spiriti si cominciarono a costruire delle baracche. Nel 1946 il Comune diede formalmente il nome di Borghetto di via Latina all’insieme di baracche e casette costruite abusivamente, tra il 1960 e il 1970 l’insediamento aumenterà di dimensione e verrà demolito nel 1981.

Dalle fonti storiche sembra che in epoca romana il territorio appartenesse a Erode Attico, oratore e politico ateniese vissuto a Roma nel II sec. d.C., in quanto la moglie, Annia Regilla, portò in dote il fondo che si estendeva tra II e il III miglio della via Appia. Erode Attico fece realizzare un’enorme villa le cui fondazioni sono state ritrovate qualche anno fa, all’interno di una proprietà privata, e sono state portate alla luce insieme a delle vasche appartenenti a diversi ambienti termali privati della villa, mosaici, statue. Alla morte di Annia, nel 160 circa, Erode venne accusato di averla uccisa. Ritenuto innocente, dedicò la proprietà, in memoria della moglie, alle divinità dell’oltretomba, dando il nome di Pago Triopio. Ai Musei Capitolini è visibile un’iscrizione, collocata originariamente all'ingresso del fondo, che riporta la frase in latino e in greco: "Annia Regilla, moglie di Erode Attico, luce della casa, alla quale appartennero questi beni". Nella valle della Caffarella sorgono:

Cinque cisterne romane databili fin dall’epoca repubblicana (Cisterna Fienile, Cisterna Ninfeo, Cisterna Romana, Cisterna Grande, Cisterna monumentale) Il ninfeo di Egeria Il tempio del Dio Redìcolo Il colombario di Costantino Il tempio di Cerere e Faustina (chiesa di Sant’Urbano) Le “valche”, torri e/o mulini costruiti intorno all’XI secolo in prossimità del fiume Almone per la lavorazione e il lavaggio di lana e tessuti Una torre della fine del XII secolo Il cosiddetto casale della Vaccareccia, citato già nel XII secolo, modificato nel 1500 dalla famiglia Caffarelli Il casale dell'ex Mulino Il casale Vigna Cardinali Il casale di Vigna Cartoni L'ex Cartiera Latina Il fiume Almone, piccolo affluente del Tevere Il laghetto del Pioppeto Tre lecci appartenenti al Bosco sacro

2. Ninfeo di Egeria

Il Ninfeo di Egeria, situato all’interno del Parco, è conosciuto con questa denominazione a causa di un errore compiuto da studiosi del 1600 che lo individuarono con il ninfeo che, invece, si doveva trovare al primo miglio dopo le Mura Repubblicane. La struttura risale alla metà del II secolo d.C. ed è stata realizzata in opus mixtum (letteralmente "lavoro misto"- opera mista) costituito da opus incertum (piccoli blocchi di pietra di forma irregolare) e opus latericium (laterizi). La tecnica in opus mixtum è visibile nella parete sinistra del ninfeo con ammorsatura (l’opus latericium forma una specie di dente). Un'altra tecnica utilizzata è l’opus reticulatum, visibile al di sopra dell’arco a tutto sesto posto al centro. Il Ninfeo era interamente rivestito di marmi policromi (prevalentemente bianco e verde) e di mosaici realizzati con tessere in pasta vitrea di vari colori.

Posta centralmente un’aula rettangolare coperta con volta a botte (in origine, per imitare una grotta, era stata realizzata con un rivestimento in pietra pomice), sul fondo, all’interno di un arco a tutto sesto, è posta una nicchia, lateralmente altre tre nicchie più piccole all’interno delle quali erano collocate delle statue. Nella nicchia centrale, alla base di una statua acefala semisdraiata raffigurante una divinità fluviale, sgorga ancora l'acqua. La divinità raffigurata, probabilmente, è il dio Almone, legato al culto della vita e della fertilità (il piccolo fiume, affluente del Tevere e terzo fiume di Roma, ancora presente nel Parco, nasce da infiltrazioni del lago Albano e confluiva nel Tevere; attualmente il suo corso è deviato verso il depuratore di Roma sud). Il Ninfeo si allarga con due ambienti laterali, anch’essi abbelliti con delle nicchie. Il ninfeo era concluso con un quadriportico (non conservatosi) che si apriva verso il fiume Almone. Molto interessanti sono le vedute del Ninfeo realizzate da Giambattista Piranesi nel 1741: Spelonca della Ninfa Egeria, detta volgarmente la Cafarella Tempio delle Camene oggi S.Urbano (incisione) e Il cosiddetto Ninfeo di Egeria con scena di saltarello acquerello monocromo del 1789 di Carlo Labruzzi.

3. Il Tempio del Dio Redìcolo (Cenotafio di Annia Regilla)

Il cosiddetto Tempio del Dio Redìcolo (il dio che proteggeva il ritorno dei romani nella loro città) appartiene alla tipologia della tomba a tempio. In realtà si tratterebbe forse di una tomba per Annia Regilla, moglie di Erode Attico, anche se, quasi certamente, non ospitò mai le sue spoglie (con maggiore probabilità venne sepolta in Grecia, dove si trovava quando morì in circostanze non chiare). Realizzato nella seconda metà del II sec. d.C. presenta all’esterno, elemento caratteristico dell’edificio, l’uso a vista dei laterizi, i cui colori diversi (gialli per le pareti e rossi per le modanature) tratteggiano una elegante policromia, evidenziando gli elementi decorativi. Il prospetto (sempre visibile attraverso il cancello) imita un tempietto tramite quattro lesene con capitello corinzio. Il prospetto opposto, molto rovinato, presenta, al di sopra del portale, una nicchia semicircolare, sormontata da un frontone, e ai lati una finestra con cornice sorretta da mensole. Il prospetto laterale (che era il principale in quanto rivolto verso una strada che arrivava sull'Appia Antica) è caratterizzato da due semicolonne di forma ottagonale (poste all’interno di nicchie rettangolari realizzate nel muro perimetrale) che dividono le pareti in tre parti. Al centro una finestra rettangolare presenta una cornice sorretta da mensole, nelle parti laterali due vani rettangolari che, probabilmente, contenevano delle iscrizioni, al di sotto, evidenziata da una cornice in laterizio rosso, una bellissima greca in laterizio giallo. Il tempietto è concluso con un frontone caratterizzato da cornice a dentelli e mensole aggettanti.

4. Colombario di Costantino

ll Colombario di Costantino è in realtà un sepolcro a tempietto (come il Tempio del dio Redìcolo e la “Sedia del diavolo”); anche l’attribuzione di Costantino è errata in quanto è stato edificato nella seconda metà del II sec. d.C. Costruito con la tipologia di un tempio in antis, presentava tra le ante (i due muri laterali sporgenti) due colonne, oggi scomparse ed è stato realizzato con laterizi bicromi (mattoni gialli per le strutture e rossi per le decorazioni) coperto da una volta a crociera non più esistente. L’interno era a due piani, il piano superiore riservato alle cerimonie funebri. Sono visibili tre nicchie ed un arcosolio nella parete di fondo ed una nicchia in ciascuna delle pareti laterali. Durante il Medioevo l’edificio venne trasformato in mulino: un canale d’acqua faceva girare una macina posta all’interno. Intorno al 1600 era, probabilmente, un’abitazione. Nel 1999, durante i lavori di restauro, nella zona limitrofa è stata scoperta una vasta area sepolcrale che non è stata, però, portata alla luce.

5. Tempio di Cerere e Faustina (Chiesa di Sant’Urbano)