La sua teoria metaetica del prescrittivismo universale influì sulla filosofia morale per tutta la seconda parte del XX secolo.
Biografia
Hare frequentò il Balliol College all'Università di Oxford. Servì inoltre la Royal Artillery dell'esercito inglese e fu catturato dai giapponesi durante la caduta di Singapore, rimanendo nelle loro mani fino al termine della seconda guerra mondiale.
Questa esperienza favorì un drastico cambiamento nel suo pensiero morale; egli iniziò a concentrarsi sul bisogno di immaginarsi nei panni di un'altra persona, al fine di pronunciare un giudizio morale. Alla fine della guerra tornò ad Oxford, dove coprì diverse cariche nell'arco di tempo dal 1947 al 1983; tra queste, White Professor di filosofia morale dal 1966 al 1983.
Il suo ultimo impiego accademico fu all'Università della Florida, come Graduate Research Professor di filosofia dal 1983 al 1994.
Alcuni dei suoi studenti divennero apprezzati filosofi, come Brian McGuinness, Bernard Williams e, forse il più noto, Peter Singer, che ha esplicitamente adottato molti elementi del pensiero di Hare.
Pensiero filosofico
Hare fu largamente influenzato dall'emotivismo di Alfred Ayer e Charles L. Stevenson, dalla filosofia del linguaggio di J.L. Austin e dalla tarda filosofia di Ludwig Wittgenstein.
Ulteriori influenze provennero dall'utilitarismo e dalle idee di Immanuel Kant. Hare affermò che il ragionamento morale non dovesse essere basato sul principio di utilità, ma che ugualmente esso debba tenere in gran conto gli interessi delle persone. Questo rese le sue teorie ben distinte da quelle di utilitaristi come Jeremy Bentham. Allo stesso modo, Hare si dimostra kantiano allo stesso modo che utilitarista, come rende chiaro nel suo ultimo libro "Scegliere un'etica, Il Mulino, Bologna 2006".
La riflessione morale di Richard M. Hare è una delle più sistematiche applicazioni dei metodi della filosofia analitica ai problemi dell'etica. Essa sostiene che i giudizi morali che gli esseri umani formano ed in virtù dei quali regolano la propria condotta, hanno tre precise caratteristiche: l'universalità (ossia l'idea che un giudizio morale enunciato in particolari circostanze debba essere espresso nella medesima forma, quando si presentano situazioni simili, negli aspetti rilevanti, alle circostanze che ne hanno determinato l'originaria enunciazione); il loro carattere prescrittivo (ossia il fatto che con l'esprimere un giudizio ci si impegna ad aderire ad esso con fermezza, ad agire in coerenza con esso e a fare in modo, attraverso un'argomentazione razionale e non per mezzo della semplice persuasione oppure della coercizione propagandistica, che anche gli altri facciano altrettanto); il loro essere soverchianti (ossia predominanti, e dunque gerarchicamente superiori rispetto alle altre forme di giudizio, ad esempio quelle estetiche o quelle descrittivo fattuali).
Hare si inserisce nel filone di riflessione di carattere metaetico, peculiare della filosofia anglosassone della prima metà del Novecento e inaugurato da George Edward Moore (e che si svilupperà nelle riflessioni sul linguaggio di Wittgenstein e Austin) con i suoi "Principia Ethica" (1903), secondo il quale il compito del filosofo morale è quello di indagare le regole che sottostanno all'uso dei predicati etici; sarà perciò la chiarificazione del significato di termini come “buono”, “giusto”, “doveroso”, ad attirare l'attenzione degli studiosi che applicano i metodi della filosofia del linguaggio all'analisi dei termini e degli enunciati morali. Infatti, per evitare confusioni concettuali foriere di errori morali, va prima ben chiarito l'ambito linguistico di utilizzo dei termini: solo dopo questo passo potrà esserci discussione in etica, poiché ci sarà un accordo, a valle, sul significato dei termini che si utilizzano. È assente, nella riflessione di questi autori, la definizione di un modello normativo, eccetto per un riferimento all'utilitarismo da parte di Moore nel volume Ethics (1912).
Lo stesso Hare, all'inizio della sua riflessione, ritiene che prima di affrontare qualsiasi questione morale, ci debba essere un preliminare accordo sul significato dei termini utilizzati per enunciare le proprie prescrizioni. Il compito del filosofo morale si può efficacemente esplicare nella determinazione delle condizioni di possibilità dei giudizi morali, chiarendo le proprietà logiche dei termini che in essi occorrono; di converso, non è possibile una altrettanto efficace riflessione relativa all'etica normativa. I giudizi morali sono tali in primis se sono logicamente coerenti, ossia prescrittivi ed universali, poiché, secondo Hare l'etica è una branca della logica: “Io definisco l'etica teoretica una branca della logica, perché il suo scopo principale è scoprire il modo di determinare quali sono gli argomenti giusti rispetto alle questioni morali” (SO, p. 4). Pertanto, quando Hare sostiene in "The Language of Morals" (1952) che gli enunciati prescrittivi devono rispondere alla domanda "che fare?", egli asserisce che la forza motivante è intrinseca agli enunciati stessi: il dovere primario per il filosofo morale è operare dei ragionamenti logicamente coerenti al fine di agire in modo razionale.
L'analisi di Hare è comunque innovativa nella misura in cui riconosce agli enunciati dell'etica un significato autonomo: in tal modo, viene superare l'argomentazione svolta dall'emotivismo etico che, nella formulazione radicale di Ayer, non annetteva alcun significato alle proposizioni morali, mentre nella formulazione moderata di Stevenson, postulava l'esistenza di un generico significato emotivo, secondo il quale gli enunciati dell'etica avevano il compito di persuadere l'ascoltatore. Hare invece è convinto che le proposizioni della morale possiedono un significato peculiare, quello prescrittivo, in quanto devono fornire ragioni per la condotta: l'etica gode dunque di uno spazio autonomo, giacché le sue proposizioni non devono essere vere o false, bensì universali e prescrittive nel senso sopra definito: è questo il non cognitivismo di Hare.
La convinzione secondo cui l'etica sia una branca della logica promuove un'analisi semantica degli enunciati morali, tesa a chiarire la funzione ed il significato che essi svolgono all'interno del linguaggio morale, unitamente al fatto che tali enunciato influenzano la condotta, determinando le decisioni. Gli enunciati dell'etica sono perciò analizzati in virtù di determinate regole d'uso, ossia in virtù delle consuetudini secondo cui i parlanti li impiegano nel linguaggio nel quale esprimono tali enunciati. Il senso delle proposizioni e dei termini etici infatti coincide con le loro regole d'uso; il fatto poi che ogni lingua e cultura possieda dei differenti segni fonetici per esprimere i concetti morali, non significa che non esistano regole d'uso universali che regolino l'utilizzo dei concetti espressi dai termini morali. Per esempio, se un termine come “ought” (dovere) è utilizzato in senso etico, esso avrà un contenuto concettuale comune alle differenti lingue, poiché in ogni linguaggio esso segue determinate regole d'uso che lo collegano all'espressione di un'obbligazione. Pertanto,
le quali, per gli enunciati contenenti il verbo “dovere”, sono la universalità e la prescrittività. Ciò vuol dire che
Hare tuttavia, a partire da "Freedom and reason" (1963), sembra più incline a dedicarsi alla disamina della condotta pratica, senza però elaborare una dottrina normativa, anzi, rimanendo convinto del fatto per cui essa esula dal compito del filosofo morale, il quale non la può fondare in modo razionale. Per questo, accanto ad una definizione di carattere “pratico” delle proprietà logiche dei termini morali, egli rimane convinto che, una volta chiariti i loro significati, gran parte del lavoro sia compiuto: l'enunciazione di regole per rendere coerente e chiaro il nostro ragionamento morale è una condizione essenziale per agire correttamente. Ciò che rimane fondamentale è la correttezza formale delle analisi del filosofo, il quale peraltro sa che le proposizioni dell'etica, essendo non verificabili in quanto prive di significato descrittivo, non possono avvalersi, per essere fondate, delle procedure razionali proprie delle posposizioni scientifiche. Il valore che dunque va promosso, in primo luogo e preventivamente, è quello della coerenza logica dei nostri giudizi, ovvero la necessità di affermare il loro accordo con le regole d'uso dei termini che li compongono. Se un giudizio si mostra non universalizzabile, esso non è un giudizio morale e colui che pretende di impiegarlo come tale mostra di non conoscere il significato dell'universalità.
I due elementi base che compongono l'argomentazione morale sono perciò la logica ed i fatti empiricamente osservabili; tra di essi, la logica possiede una indubbia priorità epistemologica, sebbene cronologicamente siano in genere i fatti non morali, ossia i caratteri contingenti delle situazioni in cui si agisce, ad essere incontrati per primi nella realtà.
Per questo Hare ritiene che per il filosofo non sia possibile obbligare nessuno ad agire in un certo modo, ma che sia necessario, per giustificare una certa scelta, fornire delle valide ragioni all'individuo per indurlo ad agire in base ad essa. Pertanto, l'eventuale decisione in contrasto con un principio morale razionale, non è imputabile ad un difetto dell'argomentazione, bensì ad una mancanza dell'individuo, il quale si mostra incapace di accettare pienamente la ragione che gli viene fornita come motivo dell'azione: come detto, per Hare se ciò accade, significa che l'individuo non è in grado di ragionare in modo critico in etica. Per questo si può dire che la teoria etica di Hare sia “internalista”, poiché, in quanto analisi concettuale delle proposizioni dell'etica, essa dichiara che accettare una prescrizione morale significhi eo ipso anche possedere una motivazione per agire come essa prescrive. Si può altresì dire che l'individuo che agisce contro il prescrittivismo opera una errata valutazione della situazione che affronta, perché possiede delle informazioni limitate, sia sui fatti, sia sul significato dei termini attraverso cui egli mette in forma linguistica le proprie scelte e comprende le preferenze altrui, anch'esse espresse linguisticamente. Pertanto, l'individuo agente deve compiere, quantomeno a livello ideale, un ragionamento che si potrebbe definire logico e teoretico, e solo in un secondo momento etico, dato che, come detto, per Hare il fondamento della giusta condotta è una piena capacità di pensiero morale razionale, di cui l'analisi semantica rappresenta un caposaldo.