Processato per eresia nel 1551, Giulio III impose la sua assoluzione al Sant'Uffizio dopo averne raccolto un'abiura segreta. Con l'avvento al papato di Paolo IV, il vescovo di Bergamo fu nuovamente processato e condannato in contumacia, poche settimane prima della morte.
Biografia Al servizio di Clemente VII
Vittore nacqueDagli atti del processo, il 26 luglio 1500: M. Firpo e S. Pagano, I processi inquisitoriali di Vittore Soranzo, II, p. 625 da Alvise Soranzo e Lucia Cappello, primogenito di una famiglia nobileLa genealogia dei Soranzo è in F. Ambrosini, Storie di patrizi e di eresia nella Venezia del '500, p. 326 ma non ricca: col tempo vennero altri sei figli, l'ultimo dei quali, Francesco, nel 1519.
Come ogni patrizio primogenito, sul quale viene riposto l'onere di confermare il tradizionale decoro familiare, andò a PadovaNel 1518 o al più tardi nel 1519; l'Università di Padova fu riaperta nel 1518 dopo la sospensione dei corsi causata dalla guerra, e nel gennaio 1520 il Soranzo è già documentato essere studente di diritto per studiarvi diritto e avere così accesso a una carriera nell'amministrazione della Repubblica veneziana, ma Vittore non conseguì la laurea: la conoscenza del brillante umanista Pietro Bembo, suo lontano parenteLa sorella Isabetta Soranzo sposò Alvise Bembo, cugino dell'umanista: cfr. V. Cian, Un decennio della vita di M. Pietro Bembo (1521-1531), pp. 41-42 che si era stabilito a Padova nel 1521, attendendovi alle Prose della volgar lingua, lo spinse a preferire le lettere, lasciando l'Università e una sicura carriera per l'incerto futuro che gli studi umanistici potevano offrire.
Studiò privatamente con l'apprezzato e austero maestro Trifone Gabriele, ospite nella sua villa dei Ronchi, nella campagna padovana, venendo seguito dallo stesso Bembo al quale mandava, per ottenere giudizi e correzioni, sonetti e canzoni. In quegli anni erano allievi del Gabriele personalità come Alvise Priuli - che sarà intimo collaboratore del discusso cardinale Reginald Pole – Jacopo Bonfadio e quell'Apollonio Merenda, segretario del Bembo, che dovrà ritrovare trenta anni dopo nel carcere dell'Inquisizione romana. Tutti personaggi che, insieme con i coetanei allievi dello Studio di Padova – Ludovico Beccadelli, Giovanni Morone, Pietro Martire Vermigli, Pier Paolo Vergerio - si ritroveranno a vario titolo partecipi della temperie dottrinale che l'onda della Riforma luterana avrebbe provocato di lì a poco anche in Italia.
Benché elogiato e stimolato più volte dal BemboNumerose le lettere scambiate dai due. L'epistolario del Bembo è pubblicato in edizione critica: Lettere, 4. voll., Bologna 1987-1993 la sua vena poetica non era abbastanza fluente per aprirgli le porte della gloria letteraria, ed egli dovette porsi il problema di procurarsi qualche beneficio ecclesiastico che gli permettesse di rendersi indipendente dalla famiglia e di dedicarsi con tranquillità alla poesia e all'approfondimento dei classici. A questo scopo, nell'ottobre del 1529 Vittore si recò a Bologna, dove Clemente VII e Carlo V s'incontravano per la prima volta dopo il Sacco romano per ristabilire la pace, imporre all'Italia un nuovo ordine e concordare una strategia atta a regolare la inquietante situazione politica e religiosa creatasi in Germania. Probabilmente grazie alle raccomandazioni del suo illustre protettore ottenne la nomina a cameriere segreto del papa: in questa veste presentò al pontefice la richiesta, subito soddisfatta, di legittimare i figli naturali del Bembo. Sperava di aver tempo di proseguire i propri studi: per intanto, nell'aprile del 1530, seguiva la corte papale a Roma.
Essere alla corte del papa comportava bensì la possibilità di ottenere benefici e privilegi, ma anche la necessità di una grande quantità di spese, indispensabili per adeguarsi al tenore di vita di quell'alta corte: mentre i primi, per il Soranzo, si facevano attendere, le seconde erano quotidiane. Di qui, nel fitto carteggio tenuto con il Bembo, un lamentarsi per i debiti accumulati con i creditori, per i mancati soccorsi del padre, e per aver dismesso i suoi studi senza aver ricavato contropartita alcuna. Nessun commento, invece, con un corrispondente di tanta cultura e di così vasti interessi, su quei temi propriamente religiosi e su quell'unità dei cristiani messa in pericolo dalle riforme che s'andavano apprestando in Germania, che pure avrebbero dovuto essere al vertice delle preoccupazioni curiali, né su i tanti personaggi che le sue incombenze gli avevano permesso di conoscere, come l'esule spagnolo Juan de Valdés, i fiorentini Carnesecchi, Pulica e Gelido, o il poeta modenese Gandolfo Porrino.
L'assillante ricerca del Soranzo di una sistemazione economica doveva essere ben presente ai suoi compagni di lavoro e di brigata, e costituire la nota prevalente della sua attività romana se il Giovanni Mauro lo tratteggerà in due versi tutto intento alla caccia di benefici,Ne Il primo libro delle opere burlesche ... si ritrae «'l Soranzo è ad uccellar sì intento / qualche fiat di man del padre santo», Londra 1723, p. 104 finché le iniziative del Bembo non riuscirono finalmente a fargli ottenere dal papa, ai primi del 1533, una rendita dal priorato di Sant'Antonio a Brescia. Quasi appena in tempo, giacché il 23 settembre 1534 moriva Clemente VII e, con la successione di Paolo III, ai vecchi servitori subentravano nuovi cortigiani e il Soranzo riprendeva, forse senza troppi rimpianti, la strada per Venezia.
Al servizio del cardinale Bembo Da Venezia se ne tornò subito ad abitare a Padova, vicino al suo protettore, a curare la sua rendita bresciana e a dedicarsi ai diletti umanistici con il Bembo, con il Fregoso, con il Gheri. Frequentò di certo tutta la cerchia intellettuale che, stabilmente o di passaggio, la città poteva vantare: Benedetto Varchi e Aonio Paleario, Marcantonio Flaminio e Sperone Speroni, Ludovico Beccadelli e l'Aretino, Alvise Priuli e Carlo Gualteruzzi, ma poco o nulla si sa di quei commerci.
Una prima svolta della vita del Soranzo si ebbe con la nomina cardinalizia di Pietro Bembo. Paolo III infatti, dopo aver sistemato gli affari di famiglia facendo cardinali i figli dei suoi figli Pier Luigi e Costanza Farnese, deciso ad affrontare l'ormai irrimandabile questione luterana, in successivi concistori portò ai vertici della Chiesa personaggi prestigiosi come Gasparo Contarini, Gian Pietro Carafa, Reginald Pole, Jacopo Sadoleto, Federico Fregoso e appunto, nel 1538, Pietro Bembo. Certo, questi «non era uomo che desse affidamento per la riforma che urgeva della Chiesa né, contro i rischi della riforma, per una disciplinata difesa della tradizione curiale [...] era uomo per cui il cardinalato, in una Chiesa visibile che fosse all'avanguardia della cultura umanistica e umana, valeva bene una messa»,C. Dionisotti, Scritti sul Bembo, 2002, pp. 143-167 e infatti la sua scelta suscitò l'aperta ostilità di un uomo, come il Carafa, rigoroso fino al fanatismo. In realtà il Bembo prese molto sul serio i suoi doveri, come testimoniano, fra l'altro, le sue nuove letture incentrate sui problemi religiosi: dalle lettere di Paolo ai commenti di Giovanni Crisostomo, dallApologia del Paleario agli In Scripturam sacram problemata di Francesco Zorzi, al Dialogo dell'unione di Bartolomeo da Castello o alle Paraphrases in duos et triginta psalmos del Flaminio. Fu dunque con l'intento di giovare agli interessi della Chiesa e della religione cristiana che, accompagnato dall'inseparabile Soranzo, suo maestro di casa, e da pochi altri, nell'ottobre del 1539 Pietro Bembo si stabiliva nel palazzo dei Santi Apostoli, accanto all'omonima basilica, da dove si sposterà due anni dopo nei palazzi vaticani.
Durante il viaggio romano, nella sosta fatta a Firenze, avevano incontrato, fra gli altri, anche il Carnesecchi: con questi Soranzo si recò, nei primi mesi del 1540, a Napoli, con l'occasione di ascoltare le prediche quaresimali tenute nella città dal celebre cappuccino Bernardino Ochino e rendere visita e soprattutto ascoltare il Valdés - che qui, dopo la morte di Clemente VII, aveva definitivamente stabilito la sua residenza - e il gruppo che allalumbrado faceva riferimento, lo stesso Ochino, il Flaminio, il Merenda, il Vermigli, Mario Galeota, per dirne alcuni, oltre ai nobili Giulia Gonzaga, Giovan Francesco Alois, Ferrante Brancaccio, Consalvo Bernaudo, Galeazzo Caracciolo ad altri ancora.
Lo spiritualismo valdesiano
L'approfondita conoscenza della figura del Valdés - personalità di per sé carismatica - e della sua dottrina spiritualistica ebbe effetti decisivi sulla concezione religiosa del Soranzo e rappresentò l'autentica svolta della sua vita. Per Valdés, la conoscenza di Dio si realizza attraverso un processo di rivelazione interiore, necessariamente indotta, a causa della insufficienza della ragione umana, dallo spirito santo, la luce interiore che illumina il senso delle Scritture le quali, essendo come «una candela in un luogo oscuro»,J. de Valdés, Le cento e dieci divine considerazioni, p. 42 in mancanza di quella rimarrebbero oscure e mute.
La fede non si raggiunge attraverso deduzioni logiche né è il frutto di una persuasione o di un'opinione, ma si ottiene solo per rivelazione: è dunque un dono gratuito dello spirito santo. Un cristiano non giunge alla conoscenza divina attraverso lo studio della filosofia naturale – la conoscenza delle creature – come potevano credere i pagani, né soltanto attraverso lo studio delle Scritture, come ritengono gli ebrei, ma attraverso Cristo, e il beneficio della salvezza risiede nella fede della sua passione e morte.
La vera fede non è dunque «appresa» dalle Scritture, quasi che essa si possa fondare su una personale relazione con un libro: il vero vangelo non è quello «scritto e stampato da uomini con carta e penna, ma è quello scritto e comunicato nei cuori»;J. de Valdés, Commento ai Salmi, p. 112 la fede cristiana è «fabbricata nell'anima nostra dalla virtù divina dello spirito santo», è una fede ispirata, che dà «all'uomo la pace della coscienza [...] lo certifica che sta in grazia di Dio, che è figliuolo di Dio e che è erede della vita eterna».J. de Valdés, Cinque trattatelli evangelici, p. 78
La conoscenza di Dio è perciò un'esperienza personale dello spirito: non può provenire dall'esterno – nessuna chiesa può darla – non è legata a opere, a voti, a cerimonie, a pratiche esteriori: essa è custodita da ciascuno nel segreto dell'anima, così che «il vero e perfetto cristiano è libero dalla tirannia della legge, dal peccato e dalla morte, ed è signore assoluto dei suoi effetti e dei suoi appetiti».J. de Valdés, Alfabeto cristiano, p. 125 La vera chiesa del Valdés è l'«insieme dei santi» che condividono questo vangelo interiore, la chiesa della fede viva opposta a quella della «fede morta», degli spirituali e degli evangelici opposti ai «superstiziosi» e ai «cerimoniali».
Nessuna volontà di polemica aperta e di scissione con la chiesa ufficiale, diversamente dai luterani, è però in Valdés: «Io mi debbo guardare quanto mi sarà possibile di non usare la mia libertà cristiana in presenza di cristiani fiacchi e incerti nella fede».J. de Valdés, Le cento e dieci divine considerazioni, p. 324 Dovendo evitare inutili scandali, il forte nella fede insegnerà al debole, segretamente e con pazienza, la strada della verità, non rifiutando, intanto, di partecipare a cerimonie nelle quali pure non crede: è la pratica nicodemitica della simulazione e della dissimulazione - cui si era piegato già san Paolo - resa del resto necessaria dalle presenti condizioni della Chiesa che riduce la vita cristiana a «vane cerimonie e a superstiziose osservazioni»: potendo, i veri cristiani «non si nasconderìano, come fanno, una volta per paura dei superstiziosi, acciocché non facciano con loro quello che fecero con Cristo».J. de Valdés, Cinque trattatelli evangelici, p. 21