Biografia Figlio del siracusano Cefalo, visse come meteco ad Atene, dove conobbe Socrate (già amico del padre); in seguito si recò con Lisia a Turi, nella Magna Grecia (429 a.C.), per poi ritornare ad Atene dopo la disastrosa spedizione ateniese in Sicilia.
Fu messo a morte nel 404 a.C. con l'accusa di cospirazione dal consiglio dei Trenta Tiranni, che gli confiscarono le ricchezze sue e dei fratelli.
Nella Repubblica di Platone si parla della casa di Polemarco al Pireo, egli parlerà di se stesso nel primo libro della Repubblica.
Dalla Repubblica di Platone (incipit)
Polemarco è uno dei primi personaggi a fare la propria comparsa nel Libro I della Repubblica. È proprio lui a fermare Socrate e Glaucone, che stavano risalendo in città dal Pireo (porto principale di Atene e sede del potere navale e mercantile della cittàLeo Strauss, Gerusalemme e Atene. Studi sul pensiero politico dell'Occidente, Einaudi, Torino, 1998, p. 178.) per convincerli a fermarsi a casa sua.
Fin dalle prime battute viene posto l'accento sulla forza, in un certo senso rappresentata da Polemarco, anche per l'etimologia del suo nome (Polemarchos letteralmente "signore della guerra") e sul rapporto della forza con la persuasione. Il suo discorso, nel Libro I della Repubblica, sarà ampiamente confutato dal Socrate platonico.
Il discorso di Polemarco
Giustizia è restituire il "dovuto". Polemarco è l'erede del padre Cefalo nella discussione con cui si apre la Repubblica, come dice lo stesso SocratePlatone, Repubblica, 331e1.. Cefalo si allontana per fare dei sacrifici e Polemarco rimane a sostenere la sua teoria, anche se le darà una sfumatura diversa: il padre aveva sostenuto che la giustizia è essere sinceri e restituire i debiti che si hanno verso gli uomini e verso gli dèi, e che solo così facendo si può andare con animo sereno verso la morte; quando il figlio Polemarco prende il suo posto, afferma, riprendendo il padre e la tradizioneRiprende il poeta lirico greco antico Simonide: Platone, Repubblica, 331d6. , che giustizia è "ridare a ciascuno ciò che è dovuto" (opheilomenon)Platone, Repubblica, 331e3.. È una definizione più generale di quella che aveva dato il padre, perché non si basa più su singole azioniBruno Centrone, Note a Platone, La Repubblica, Laterza, Roma-Bari 1997, nota 28, Libro I., ma vuole essere universale. Segna quindi lo spostarsi della discussione verso un ambito più filosofico.
Socrate a questo punto ripropone lo stesso caso che aveva messo in confusione Cefalo: giustizia è sempre rendere ciò che è dovuto, anche nel caso in cui dovessimo restituire un'arma a un nostro amico diventato pazzo dopo avercela prestata?È una confutazione del tipo "et idem non": se il seguire quest'idea di giustizia, in un contesto particolare, ci rende ingiusti, questa teoria non può essere universale: Centrone, Note a Platone, La Repubblica, nota 23, Libro I.
Di fronte a questa possibilità, Polemarco modifica la propria idea di giustizia: in quel caso, restituire l'arma sarebbe fare ingiustizia, perché gli amici sono tenuti "a fare del bene agli amici"Platone, Repubblica, 332a10. e del male ai nemiciIl principio "fare del bene agli amici e del male ai nemici" era molto radicato nella tradizione morale greco antica, in particolare in quella nobiliare: Centrone, Note a Platone, Repubblica, nota 34, Libro I.. Con questa precisazione, il "dovuto" cambia connotazione: non equivale più a restituire i debiti, come invece era per Cefalo, ma a dare ciò che spetta o si addice (prosekon)Centrone, Note a Platone, La Repubblica, nota 30, Libro I. agli amici e ai nemici.
Giustizia come téchne Se compito della giustizia è dare a ciascuno ciò che gli si addice, la giustizia, come afferma Socrate, sembra essere un'arte. Polemarco concorda su questo punto e dice che la giustizia serve soprattutto nelle guerre e nelle alleanze, perché in quell'ambito permette di giovare agli amici e danneggiare i nemiciPlatone, Repubblica, 332e6.. Nelle restanti attività la giustizia così intesa sembra inutile, perché c'è sempre un'arte migliore di essa per svolgerle"E nel disporre mattoni e pietre è il giusto un socio più utile e migliore del muratore?": Platone, Repubblica, 333b4.L'argomentazione di Socrate in questo punto è stata considerata ingannevole: Centrone, Note a Platone, La Repubblica, nota 36, Libro I.. Polemarco, condotto da Socrate, alla fine arriva alla conclusione che la giustizia appare come un'arte utile solo per custodire le cose, non per servirsene e che è comunque un'arte particolare, perché, a differenza delle altre, non ha capacità di opposti: una persona giusta, "abile a custodire denaro"Platone, Repubblica, 334a9., non può essere abile anche a rubarlo, perché in quel caso cesserebbe di essere giustaAfferma Socrate ironicamente: "una specie di ladro risulta dunque, a quanto sembra, il giusto": Platone, Repubblica, 334a11..
L'apparenza di onestà Polemarco è confuso dalle confutazioni di Socrate, ma continua a mantenere la propria teoria. La sua definizione di giustizia, però, si porta dietro anche un'altra debolezza: è impossibile dire con certezza se coloro che crediamo onesti, e che noi trattiamo come amici, lo siano davvero. Come gli fa notare Socrate, spesso agli uomini capita di credere oneste persone che non lo sono o di fare il contrario. Coloro che fanno questo sbaglio non potrebbero essere considerati giusti se seguissero la giustizia così come la intende Polemarco, perché danneggerebbero persone oneste e farebbero del bene a persone malvagiePlatone, Repubblica, 334e.. Polemarco arriva a concordare con lui: la giustizia prevede quindi un lavoro preliminare: si deve mettere in questione l'onestà delle persone che ci circondano, per arrivare a considerare amici sono coloro veramente onesti e decidere di fare loro del bene.
Danneggiare i nemici Polemarco è ancora convinto che il giusto, così come fa del bene agli amici onesti, debba danneggiare i nemici disonesti. Socrate introduce a questo punto una variante rispetto alla morale tradizionale: recar danno a una persona è sbagliato in ogni caso, perché la renderà solo più ingiustaL'argomentazione fornita da Socrate in questo punto è spesso stata considerata discutibile, perché non è detto che danneggiare qualcuno equivalga al danneggiarlo nella propria virtù: Centrone, Note a Platone, La Repubblica, nota 40, Libro I. Quando si danneggia una persona o un animale, lo si danneggia nella virtù o eccellenza (areté) che gli è propria. Se la giustizia è virtù umana, gli uomini che subiscono danno diventano per forza più ingiusti, e, come osserva Socrate, con la giustizia non si possono formare degli ingiusti. La tesi di Polemarco è così confutata: la massima "è giusto giovare agli amici e danneggiare i nemici"Platone, Repubblica, 336a. è attribuita addirittura a coloro che hanno realizzato "l'ingiustizia assoluta"Platone, Repubblica, 344a5. e cioè i tiranni.
Note
Bibliografia Platone, Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1997 Bruno Centrone, Note a Platone, Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1997 Maria Chiara Pievatolo, "La Repubblica di Platone", 25 maggio 2016 http://btfp.sp.unipi.it/dida/resp/index.xhtml
Voci correlate La Repubblica Platone Adimanto Trasimaco Glaucone
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