La duchessa di Padova (titolo originale The Duchess of Padua) è una tragedia di Oscar Wilde scritta nel 1883 e rappresentata per la prima volta il 26 gennaio 1891 al Broadway Theatre di New York.
Composizione Wilde menzionò per la prima volta la sua intenzione di scrivere una tragedia in cinque atti e in versi sciolti nella sua autobiografia del 1880. Il titolo originale era The Duchess of Florence ("La duchessa di Firenze"). Wilde fu fortemente influenzato da Lucrezia Borgia (1833) e Angelo, tiranno di Padova (1835), tragedie storiche di Victor Hugo ambientate in Italia, ma anche da Romeo e Giulietta e dal Macbeth di William ShakespeareKohl, Norbert. Oscar Wilde: The Works of a Conformist Rebel. Cambridge University Press, 2011 p.46.
Wilde originariamente voleva Mary Anderson per il ruolo della protagonista:
Wilde incontrò notevoli difficoltà, tuttavia, a negoziare con il suo manager e patrigno, Hamilton Griffin, che Wilde soprannominava The Griffin ("il Grifone") e "l'orrore imbottito"Letters to Steel Mackaye in Percy Mackaye, Epoch: The Life of Steel Mackaye (NY, 1927), 444, 445-6; originally found in Ellmann, Richard. Oscar Wilde. Penguin Books, 1987, p.198. Il 23 settembre 1882 Wilde, Griffin e la Anderson si incontrarono a Boston, e decisero di far debuttare il dramma il 22 gennaio 1883. A ottobre, Wilde apprese che avevano deciso di far slittare la prima a settembre. I contratto definitivo fu firmato a dicembre: Wilde ricevette 1.000 sterline in anticipo, che sarebbero salite a 4.000 se la Anderson avesse accettato di produrre e interpretare l'opera entro marzo 1883.
Wilde terminò di scrivere l'opera all'Hotel Voltaire di Parigi il 15 marzo 1883, 14 giorni dopo la scadenza impostagli da Griffin. Tuttavia la Anderson portò avanti una trattativa difficile, che si concluse in aprile con un netto rifiuto da parte dell'attrice. Il dramma rimase quindi inedito per sei anni.
Nel 1889 l'attore americano Lawrence Barrett contattò Wilde dicendosi interessato a produrre un allestimento de La duchessa di Padova. A luglio dello stesso anno Wilde lo raggiunse per discutere dell'opera, scrivendogli che sarebbe stato "molto felice di apportare qualsiasi modifica potesse suggerire". Tra le modifiche, Barrett suggerì di intitolare la tragedia col nome del protagonista ("Guido Ferranti"), con il quale sosteneva che avrebbe avuto maggior successo; per cause ignote, tuttavia, questo suggerimento non fu poi messo in pratica, e il dramma debuttò col titolo pensato dall'autore. Chiese anche che il nome di Wilde non fosse associato all'opera dopo il fallimento di Vera o i nichilisti, anche se il New York Tribune gli attribuì correttamente l'opera nella sua recensione, pubblicizzandola come "La tragedia d'amore di Oscar Wilde". L'opera fu rappresentata per la prima volta nel gennaio 1891 a New York, con Barrett nel ruolo di Guido Ferranti e Minna K. Gale in quello di Beatrice, duchessa di Padova. Andò in scena per ventuno repliche in tre settimane.
Wilde cercò di produrre un secondo allestimento a Londra, ma il dramma fu rifiutato sia da Henry Irving che da George Alexander. Non fu prodotto in Inghilterra fino al 1907, per motivi di copyright; in seguito non è stato più in cartellone fino al 2010, quando fu riscoperto come opera giovanile di Wilde.
Trama
Atto I Il giovane Guido Ferranti si reca a Padova con l'amico Ascanio dopo aver ricevuto una misteriosa lettera in cui uno sconosciuto afferma di conoscere i segreti del suo passato: il ragazzo è infatti stato affidato a uno zio quando era neonato, e non ha mai saputo chi siano i suoi genitori. Guido incontra il misterioso mittente, che si rivela essere il conte Moranzone: questi racconta a Guido che suo padre era Lorenzo, legittimo duca di Padova, giustiziato in seguito al tradimento di un amico che voleva appropriarsi dei suoi domini; sua madre è morta di crepacuore alla notizia, ed era stato lo stesso Maranzone ad affidare Guido al suo tutore. Moranzone rivela a Guido che il traditore è Simone Gesso, che ha usurpato il titolo di Duca di Padova; il conte incita il ragazzo a vendicare la memoria di suo padre. Grazie alla sua reputazione, Moranzone riesce a introdurre Guido alla corte del Duca, ma lo ammonisce: fino a quando suo padre non sarà vendicato, il giovane dovrà rinunciare a qualunque distrazione. Per questo motivo, Guido si separa da Ascanio; tuttavia quando, poco dopo, vede Beatrice, la duchessa di Padova, se ne innamora seduta stante.
Atto II Guido si è guadagnato la fiducia del Duca, diventando suo consigliere. Nel frattempo i cittadini di Padova, stanchi delle sue vessazioni, chiedono la morte del Duca. Questi ordina di aprire il fuoco su di loro, ma Beatrice intercede e riesce a fermare l'esecuzione; il Duca non accetta tuttavia di abbassare le tasse, costringendo la moglie a dividere coi cittadini i propri averi, pur di sedare la rivolta. In seguito Guido, rimasto solo con la duchessa, le dichiara il proprio amore, scoprendo di essere ricambiato. Il loro idillio viene interrotto dal segnale di Moranzone: è giunto il momento di uccidere il Duca. Con grande dolore, Guido confessa a Beatrice il suo piano di vendetta, e le dice addio per sempre.
Atto III Guido incontra Moranzone, ma sorprendentemente gli comunica di aver deciso di risparmiare il Duca: intende invece lasciargli una lettera, in modo che egli sappia di essere scampato alla morte solo perché lui ne ha avuto pietà, sperando che si redima. Moranzone, furioso, incolpa la duchessa di averlo fatto uscire di senno. Poco dopo Beatrice raggiunge Guido e gli rivela di aver ucciso il Duca, per eliminare l'unico ostacolo al loro amore: Guido, inorridito, la rinnega; la donna, furibonda, lo fa arrestare come assassino del marito.
Atto IV Durante il processo, Guido dichiara di voler dire tutta la verità prima del verdetto; temendo che Guido la indichi come vera assassina, Beatrice ordina ai giudici di non farlo parlare. Tuttavia i giudici concedono a Guido il diritto di difendersi, ma inaspettatamente è il giovane stesso ad autodichiararsi colpevole. La duchessa sviene per la vergogna, lo shock e la gratitudine.
Atto V Presa dal rimorso, Beatrice prova a confessare l'omicidio, ma i giudici non le credono e confermano la condanna di Guido. Mascheratasi, la duchessa va quindi a trovare Guido in carcere, non prima di aver bevuto del veleno: ha infatti intenzione di sostituirsi al suo amato per permettergli di fuggire. Quando Guido si sveglia, trova Beatrice in agonia: l'uomo dice di averla perdonata e di amarla ancora, ma la donna muore tra le sue braccia, esortandolo nuovamente a fuggire. Guido, devastato, si trafigge a morte col pugnale di Beatrice.
Accoglienza
Lo stesso Wilde descrisse l'opera ad Anderson: "Non esito a dire che è il capolavoro di tutta la mia opera letteraria, il capolavoro della mia giovinezza". Mary Anderson, tuttavia, era meno entusiasta: "L'opera nella sua forma attuale, temo, non piacerebbe al pubblico di oggi più di quanto non lo farebbero 'Venere preservata' o Lucrezia Borgia. Nessuno di noi può permettersi di fallire ora, e la tua duchessa nelle mie mani non ci riuscirebbe, perché la parte non mi si addice. La mia ammirazione per la tua abilità, comunque, è più grande che mai"Lettera a Mary Anderson, l'attrice che doveva impersonificare il ruolo della Duchessa in .
William Winter recensì la prima produzione sul New York Tribune''' il 27 gennaio 1891: "Il dramma è abilmente costituito da cinque atti brevi, ed è scritta in una serie di versi sciolti che sono sempre melodiosi, spesso eloquenti, talvolta carichi di figure fantasiose di rara bellezza. Non è tanto una tragedia, però, quanto un melodramma... Il difetto radicale dell'opera è l'insincerità. Niente, in essa, appare naturale".
La Duchessa di Padova non è considerata una delle opere principali di Wilde, ed è stata raramente messa in scena. Leonée Ormond suggerisce diverse ragioni per questo: è "molto diversa dalle opere per le quali Wilde è più famoso; biografi e critici sono stati inclini a dire che è difficilmente allestibile, che attinge troppo a Shakespeare, alla tragedia giacobina e ai Cenci di Shelley".
Robert Shore ha commentato l'opera stessa recensendo una rara produzione contemporanea:
"... il suo racconto di realpolitik rinascimentale, vendetta e amore è quanto di più lontano si possa pensare dalle sofisticate ironie sociali de L'importanza di chiamarsi Ernesto. Il drammaturgo riprende l'alta maniera giacobina, ma il risultato è più un pastiche senza emozione che un omaggio caloroso. Gli archetipi shakespeariani muovono l'azione - in particolare Lady Macbeth e Romeo e Giulietta - ma la morbidezza dei versi fa sì che i personaggi di Wilde non brucino mai con la passione complessa e tormentata dei loro antenati drammatici. Fondamentalmente, è un melodramma vittoriano".
Joseph Pearce è più critico sull'influenza shakespeariana di Wilde: "Purtroppo, la derivatività de La duchessa di Padova lo ha svalutato agli occhi della critica... Eppure, se La duchessa di Padova'' è un'imitazione di Shakespeare, è un'ottima imitazione". Il giornalista sottolinea la presenza dello stile paradossale di Wilde in alcuni versi, pienamente rispondenti al canone dell'autorePearce, Joseph "The Unmasking of Oscar Wilde", p. 164.
Note
Bibliografia
Voci correlate Oscar Wilde
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Categoria:Opere teatrali ambientate a Padova