Via Marina, o più precisamente via Nuova Marina, è una strada storica di Napoli che scorre a sud dei quartieri Porto e Pendino.
È una delle tante strade che costituiscono la via litoranea di Napoli. Nasce dall'incrocio tra via Cristoforo Colombo e via Alcide De Gasperi e termina poco prima dell'incrocio con corso Garibaldi e via Ponte dei francesi, dove assume la denominazione di via Alessandro Volta.
Punto nevralgico della viabilità cittadina, è il collegamento più veloce tra il porto e il centro cittadino con la zona est, nonché con l'accesso più vicino alle autostrade.
Storia La strada di Carlo III Una strada litoranea che costeggiasse i caotici e intricatissimi quartieri bassi fu voluta dalla mente illuminata di Carlo III che era consapevole delle potenzialità dell'area ad oriente della città (la zona della Reggia di Portici, voluta dal sovrano e del glorioso futuro Miglio d'oro) ed era necessaria una vera e propria costruzione della strada che avvenne tra il 1740 e il 1749. Durante i lavori, presieduti prima da Giovanni Bompiede, Ingegnere Direttore delle opere di Marina coadiuvato da Giovanni Antonio Medrano, poi dal solo Bompiede (1743) comincia la dismissione delle mura difensive, necessaria per l'apertura della strada.
A ricordo dell'apertura della nuova strada, nel 1749 fu innalzata un'edicola su disegno di Michele Reggio su cui fu posta un'epigrafe dettata da Alessio Simmaco Mazzocchi che celebrava appunto l'opera. L'edicola, ornata dalle armi del Re, fu posta al termine orientale della nuova strada, all'inizio del suo naturale proseguimento: la strada della Marinella (già realizzata durante il viceregno austriaco), all'altezza del castello del Carmine.
Sempre su progetto del Bompiede viene costruito nel 1748 il vado del Carmine al posto della porta della Conceria, nelle immediatezze di piazza del Mercato..
Terminato il regno di Carlo III, anche sotto il figlio Ferdinando IV continua questo processo di riqualificazione dell'area: sorgono infatti importanti edifici come la Caserma di Cavalleria Borbonica del Vanvitelli, ubicata presso il ponte della Maddalena, dove oggi sorge l'incrocio tra via Vespucci (moderna continuazione verso est di via Marina) e corso Lucci, e l'edificio dei Granili, costruito tra il 1779 e il 1790 da Ferdinando Fuga al di là del Carmine.
L'Ottocento Nel 1846 in occasione dei lavori per l'apertura della strada de' fossi (l'odierno corso Garibaldi) fu demolita l'edicola che ricordava l'apertura della strada. L'edicola era posta precisamente presso il ponte carolino che scavalcava il canale fossato chiamato Fiumicello e per aprire la nuova strada fu necessaria l'eliminazione sia del fosso lungo le mura sia del ponte. I suoi marmi e le sue sculture furono tagliati e adoperati per il pavimento della chiesa di San Carlo all'Arena.
Nel 1855 la strada accoglie il nuovo edificio della Pescheria, destinato al mercato ittico, costruito presso la porta della Pietra del Pesce su progetto di Luigi Catalani per volere di Ferdinando II.. Sarà pesantemente danneggiato dai bombardamenti nella seconda guerra mondiale e, semidiruto, abbattuto nel dopoguerra.
La porta della Pietra del Pesce, che sarebbe stata demolita in quell'occasione, rappresentava il posto di gabella per i prodotti ittici. Il suo nome deriva dalla zona in cui si trovava, la quale a sua volta prendeva il nome da una leggenda medievale legata al mago Virgilio: si narra che Virgilio per mantenere il pescato della città sempre fresco incise con un incantesimo su di una pietra l'immagine di un pesciolino vivo. La leggenda viene anche citata da Gennaro Aspreno Galante.
Gli ultimi tratti superstiti di mura vengono inglobati nelle costruzioni civili, come il bastione di Sant'Andrea degli Scopari, proprio a fianco alla pescheria.
Dopo l'unità: il Risanamento
Dopo l'unità d'Italia scompaiono le ultime porte che caratterizzavano la cortina sud delle mura: nel 1869, in occasione dell'apertura della nuova strada dei Costanzi che da allora fu chiamata via Principessa Margherita e oggi si chiama via Giuseppe Marotta, fu abbattuta la porta del Caputo; poi la porta dei Tornieri, inglobata nel 1875 in un edificio all'angolo di via Duomo in occasione dei lavori di apertura dell'ultimo tratto di quest'ultima.
Seguirono nel 1877 la porta di Santa Maria Apparente e nel 1883 la porta di Massa, detta così perché presso di essa attraccavano le navi provenienti da Massa Lubrense e dunque cariche di merci provenienti dalla penisola sorrentina.
Da precisare il fatto che queste porte non avessero alcun carattere monumentale né tantomeno artistico, dal momento che erano piccole e anguste e, cosa importante, inserite nella nuova cortina di edifici che sostituiva appieno quella difensiva.
Nota positiva fu la realizzazione della cosiddetta Villa del Popolo, una piccola oasi di verde voluta nel 1876 dall'allora sindaco di Napoli Gennaro Sambiase Sanseverino Duca di San Donato (ricordato con una via nei paraggi), completata nel 1877 e destinata ad essere l'equivalente della villa reale (l'odierna Villa Comunale) per le classi popolari, anche se ovviamente di dimensioni più piccole. La villa, che accolse al suo interno anche la fontana del Gigante, subì un veloce declino a causa delle crescenti attività portuali che richiesero più spazio, prima su tutte l'apertura nel 1889 della ferrovia porto-stazione centrale che, correndo lungo la strada, separò questa dalla villa.
Nel 1906 il castello del Carmine, la fortificazione di sud-est, viene abbattuta, lasciando soltanto parte del muro meridionale e due torrioni aragonesi, torre Spinella e torre Brava, i quali, dopo le modifiche nel secondo dopoguerra, saranno destinati a dividere le opposte direttrici di traffico.
Il Risanamento modifica lievemente l'area della strada: gli interventi edilizi sono mirati e non massicci. Fino alla Seconda guerra mondiale la strada ha mantenuto il tracciato originale assai vicino all'area portuale la quale nonostante l'aumento di estensione cominciato negli ultimi anni del XIX secolo era di limitata estensione rispetto a quella attuale. Inoltre il livello stradale della strada viene aumentato (cosa facilmente notabile presso il convento di San Pietro martire, che prima dei lavori era rialzato; in particolare nel vico Scoppettieri è visibile seminterrato il portale di una bottega).
Durante il Ventennio fascista, via Marina fu denominata via Cesario Console, dal momento che l'antica salita del gigante che aveva assunto il nome del valente comandante fu denominata via Italo Balbo (dopo il suo fatale incidente aereo). I toponimi verranno ripristinati dopo la fine del regime.Gino Doria, Le strade di Napoli: saggio di toponomastica storica, R. Ricciardi, 1979
La guerra e lo stravolgimento della strada
I bombardamenti alleati distrussero gran parte dei palazzi che si affacciavano sulla via e furono un ottimo incentivo per la decisione nel dopoguerra di allargare la strada per via del crescente flusso di traffico.
Sotto le bombe scomparvero gran parte del Borgo Loreto (al di là del corso Garibaldi, lungo via della Marinella) e il prolungamento nord-ovest della Caserma di Cavalleria (la parte originaria del complesso vanvitelliano, cioè l'antico serraglio del Sanfelice), eliminato definitivamente con l'apertura del tratto della nuova via Marittima chiamato via Vespucci dal 1958.
Il dopoguerra è un'autentica fucina di progetti sulla strada: in particolare emerse per validità il piano di Luigi Cosenza che aveva progettato il Mercato Ittico al ponte della Maddalena. Il suo piano prevedeva una nuova fascia di moderni edifici sul modello del funzionalismo architettonico.
Ma il piano-Cosenza fu stravolto: furono abbattuti molti edifici da sostituire con moderne strutture dall'altezza spropositata rispetto alle dimensioni canoniche degli edifici delle zone adiacenti, in particolare il Borgo Orefici, ma anche la stessa piazza del Mercato, oltraggiata dal mastodontico palazzo Ottieri, l'emblema della speculazione edilizia privata di quel periodo, sorto nel 1958. Si tentò addirittura di abbattere la chiesa di Portosalvo e la stessa caserma di cavalleria, gravemente danneggiata dai bombardamenti, ma i progetti mutarono e gli edifici furono preservati.
Il palazzo Ottieri prende il suo nome da Mario Ottieri, costruttore di questo e di altri palazzoni sparsi per il centro cittadino e inoltre assessore comunale all'edilizia della giunta Lauro (sarà anche deputato). La prima, grande denuncia si trova nel film di Francesco Rosi Le mani sulla città del 1963, nel pieno degli anni della speculazione.
Frutto di questo periodo sono due palazzi : il primo, detto palazzo Gentile, sorge sull'area dell'antica piazza Principessa Margherita e dell'antica chiesa di San Giovanni alla Marina (la chiesa della comunità fiorentina prima che si trasferisse presso via Toledo). Questo palazzo chiude scelleratamente via Marotta (già via Principessa Margherita, aperta nel 1869) e per essere eretto ha comportato la demolizione di una parte del complesso di San Pietro martire, a quei tempi struttura fatiscente e pericolante in procinto di essere demolita (era stata da poco dismessa l'antica manifattura dei tabacchi e non era ancora sede della facoltà di lettere della Federico II).
Il film di Rosi usa come scena all'inizio proprio via Marina, in quegli anni interessata dai lavori di demolizione e ricostruzione: la trama parte dalla costruzione, diretta dal figlio del costruttore e consigliere comunale Eduardo Nottola, di un nuovo palazzo che causa il crollo di un edificio di vico Sant'Andrea adiacente all'edificio demolito dall'impresa di Nottola per proseguire la costruzione. Si sottolineano nel film l'assenza di scrupoli del costruttore, il quale non rispetta le planimetrie dei palazzi e lavora con mezzi di lavoro pesanti) e la complicità delle istituzioni comunali che concedono sorprendentemente in brevissimo tempo le licenze di costruzione.
Il palazzo in costruzione nella realtà dei fatti è il palazzo Gentile, realizzando davvero in quegli anni, mentre fu adoperato un edificio in fase di demolizione per rappresentare l'edificio crollato. Il luogo del crollo, vico Sant'Andrea, corrispondeva al vico Tre Cannoli.
Il secondo edificio è alla fine di via Duomo. Alto tredici piani, fu costruito dopo che nel 1962 si deliberò la demolizione di vari isolati tra via Duomo e la Marina, tra cui il primo dei due palazzi gemelli che, eretti in occasione dell'apertura di via Duomo, sorgevano alla fine della strada su entrambi i lati.
Nel 1968 fu demolito un lotto di edifici corrispondente alla porta della Marina del Vino, la quale ovviamente scomparve. Furono demolite nell'occasione anche due chiese: quella di Santa Maria delle Grazie dei Pescivendoli, che aveva il caratteristico campanile a cipolla maiolicato molto simile a quello della chiesa di Portosalvo, e la cappella Santa Croce agli Orefici.
Al posto delle antiche costruzioni furono lasciati enormi vuoti su cui in seguito innalzare le nuove moderne strutture. Gli ultimi edifici ancora da abbattere nel primo tratto di via Marina fino a via Duomo saranno definitivamente eliminati in un periodo che va dagli ultimi anni settanta fino agli anni novanta.
Della cortina edilizia che affacciava su via Marina nulla è rimasto, mentre della cortina interna, immediatamente a ridosso della strada, è scampato un tratto quasi interamente, presso l'incrocio con via Ernesto Capocci: questo edificio, oggi fatiscente, in origine affacciava sul vico Marina del Vino.
La realizzazione dell'arteria cittadina
Dal 1978 al 1983 la strada è stata interessata da lavori di adeguamento da parte dell'allora sindaco Maurizio Valenzi che permisero l'apertura della cosiddetta via Marittima.