La storia di Ruvo di Puglia inizia con la fondazione dei primi villaggi nel 2000 a.C. e giunge fino ai nostri giorni. La storia di questo paese della terra di Bari si perde nella notte dei tempi.: delle sue origini e della sua storia si è conosciuto poco o nulla fino al XIX secolo quando dal suolo dell'agro ruvese sono emersi i prestigiosi vasi. e le numerose monete dell'epoca antica che hanno riconsegnato al popolo rubastino uno spazio, un tempo e un luogo nella storia. Ruvo ha subito le dominazioni di tutti i grandi popoli che la storia ha conosciuto a partire dai greci, per passare dai normanni e per finire con il dominio borbonico.

Toponimo

Gli studiosi di ogni epoca hanno sempre incontrato difficoltà nell'offrire una giusta interpretazione etimologica del nome di Ruvo. Salvatore Fenicia, prolifico poligrafo dell'Ottocento, nella sua Monografia di Ruvo di Magna Grecia non riuscì a trarne la derivazione adducendone la causa alle frequenti distruzioni della città che avrebbero portato, a suo parere, a un caso di damnatio memoriae etimologica.. Lo stesso risultato ottenne l'archeologo Giovanni Jatta, contemporaneo al Fenicia, che riuscì però a sciogliere alcune errate interpretazioni del nome di Ruvo nell'antichità e a ricavare la radice e il nome greco della città, su cui concordò Fenicia stesso. Jatta, infatti, individuò prima gli scrittori del mondo classico che hanno citato Ruvo partendo dal Netium di Strabone, identificandolo con un territorio tra Canosa e Ceglie (quindi Gravina o Ruvo) e non come un luogo sconosciuto., per passare al rubustini di Plinio il Vecchio (che indica chiaramente la popolazione di Ruvo).., al Rubos di Orazio, al rubustinus ager di Sesto Giulio Frontino. per finire con l'equivoco del Ruvo pugliese scambiato per il Ruvo lucano da Roberto Stefano. e dai commentatori antichi di Virgilio ed Orazio che avevano scambiato Rubi per Ruvo del Monte e Rufris (nome latino di Ruvo del Monte) per Ruvo di Puglia.. Infine Jatta nell'introduzione alla sua opera smentì anche l'ipotesi di coloro che identificavano Rudiae, città natale del poeta latino Quinto Ennio, con Ruvo poiché sono presenti i resti archeologici della sua vera patria tra Taranto e Brindisi.. Di parere totalmente avverso a Jatta fu Gaetano Moroni, autore del Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, il quale colloca tra gli uomini illustri di Ruvo Domenico Cotugno e il poeta Quinto Ennio per poi identificare la stessa Ruvo con la Rudium di Strabone e affibbiarle il nome latino Ruben, ipotizzando il popolo ruvestino come discendente di Ruben figlio di Giacobbe..

Come si evince le fonti sono discordi e parecchio distanti l'una dall'altra. Tuttavia si può affermare con certezza che Ruvo sia stata chiamata dai greci colonizzatori, molto probabilmente arcadi, "Ρυψ" (Rhyps, da leggere "Riùps"). Molti studiosi hanno così focalizzato l'attenzione sulla radice "Ρυ-" (Rhy-, da leggere "Riù"), intesa o come "terra abbondante di rovi" (tipici della macchia mediterranea) o come "terra pianeggiante", tanto che l'attuale stemma comunale dovrebbe provenire da un originario stemma rappresentante un vaso con all'interno dei rovi. Sicuramente il nome della città risale alle popolazioni autoctone che con questo termine solevano indicare una peculiarità del territorio. Molto probabile è che i primi abitanti della Puglia e delle Murge abbiano assistito allo sfaldamento del territorio ad opera di vari fiumi e torrenti, che l'hanno reso calcareo e si sono poi inabissati nelle profondità della terra formando i tipici fenomeni carsici presenti nella regione, confermando dunque l'origine marina della Puglia. Quindi i primi abitanti della Terra di Bari con la radice "Ρυ-" volevano indicare quella zona o quel territorio in cui scorrevano violentemente le acque e trascinavano fino all'Adriatico le rocce calcaree. In seguito con la colonizzazione greca si è passati al nome "Ρυψ" per indicare la città e al termine "Ρυβαστὲινων" (Rhybasteinon, si legge "Riubasteinon") per indicare la popolazione locale spesso abbreviata in "Ρυβα" (Rhyba, da leggere "Riuba") su alcune monete. Con la dominazione dei romani, "Ρυψ" si trasformò prima in "Riba" e infine in "Rubi", assumendo anche la forma di pluralia tantum.

I cittadini di Ruvo sono attualmente chiamati ruvesi; tuttavia possono anche essere chiamati rubastini (dal greco "Ρυβαστὲινων", Rhybasteinon, si legge "Riubasteinon") e ruvestini (presumibilmente dal latino rubustinus con la mutazione fonetica della b in v), quest'ultimo etnico può essere usato come forma letteraria o più elevata del comune ruvese.

Da Rhyps a Rubi: il periodo d'oro

La storia di Ruvo di Puglia gravita intorno alle sorti del suo agro (ager rubustinus nel Liber Coloniarum), tuttora il terzo più grande della Provincia di Bari, da sempre ripartito in villaggi e contrade, come la contrada Matine in cui sono stati ritrovati esemplari di conchiglie pietrificate, testimonianze dell'antichità del suolo murgiano e della formazione marina della Puglia.. Alcuni manufatti di pietra lavorata rivelano l'insediamento di alcune popolazioni nell'agro ruvese già nel paleolitico medio mentre resti di villaggi neolitici dimostrano la presenza dell'uomo fin dal VI millennio a.C.. Durante l'età del bronzo, l'area attinente a Ruvo di Puglia fu successivamente abitata dai Morgeti, un popolo ausonico, intorno al 2000 a.C. e presero il controllo dell'insediamento originario ruvestino nella zona della strada che porta dal pulo di Molfetta a Matera, facendo sorgere un villaggio di capanne (circa abitanti in un perimetro di 900 metri.) a circa 15 chilometri da Ruvo. Le testimonianze di quest'epoca non mancano e viene delineato come un villaggio attivo nella lavorazione del metallo e della pietra e nel commercio, come si può evincere da un'ascia di bronzo ritrovata in contrada Montedoro e da alcuni ornamenti dello stesso materiale. Con l'età del ferro e con l'arrivo degli Iapigi dall'Illiria i Morgeti furono costretti a migrare verso sud. Gli Iapigi si distinsero in tre differenti gruppi e culture, i Messapi nel Salento, i Peuceti nella Terra di Bari e i Dauni nel Tavoliere delle Puglie. I Peuceti dunque ereditarono l'insediamento protourbano e fondarono Ruvo inizialmente come un villaggio in cima alla collina dove oggi sorge la pineta comunale e la chiesa di san Michele Arcangelo.. Da piccolo villaggio diventò subito una delle principali città peucete trattenendo rapporti con gli altri villaggi, quali Sidis/Silvium (l'attuale Gravina in Puglia), indigeni della zona e con gli etruschi a nord ma anche con le prime colonie della Magna Grecia a sud, soprattutto grazie ad un emporio marittimo, indicato dalle fonti antiche con il nome di Respa, l'attuale Cala San Giacomo in Molfetta..

Tra il VIII e V secolo a.C. alcuni gruppi di colonizzatori provenienti da Creta colonizzarono pacificamente il villaggio peuceta, sovrapponendosi e integrandosi con la comunità già esistente, trasformandolo in un'autonoma città greca dal nome Rhyps. Grazie all'arrivo dei greci la città visse il momento di massimo splendore intorno al IV secolo a.C. potendo vantare un territorio molto esteso (l'agro rubastino di età greca comprendeva Molfetta, Terlizzi, Corato, Trani, Bisceglie e Andria) e una popolazione mai più raggiunta.. Ruvo divenne una florida città greca e la sua ricchezza era basata sugli scambi commerciali di olio e vino e su una fiorente produzione di vasellame da trasporto e da servizio, come testimonia la vastissima necropoli in cui sono state ritrovate tombe contenenti oggetti di bronzo, argento e oro.. La città divenne prima alleata di Atene., come dimostrano alcune monete dotate dell'Atena galeata tipiche della potenza attica, raggiungendo l'apice della propria potenza militare. Ruvo si rese dunque indipendente, coniando monete d'argento, e fu in questo periodo che a Ruvo giunsero i numerosissimi vasi dalla Grecia e gli ori dagli scambi commerciali intrattenuti con gli etruschi. La necropoli ha svolto un ruolo di primo piano nell'aumentare la fama a livello internazionale della città, per via delle migliaia di reperti peuceti, greci e latini e nella costruzione del patrimonio storico antico dimenticato fino ai primi del Novecento. La riscoperta della storia antica di Ruvo avvenne grazie alle famiglie nobili locali, tra cui gli Jatta (fondatori poi dell'omonimo museo), i Caputi, i Fenicia e i Lojodice, i quali allestendo i propri musei privati frenarono la compravendita di quei reperti che ora costituiscono la testimonianza più pura del passato prestigio della città in epoca greca, come il vaso di Talos e la tomba del guerriero (o delle danzatrici) conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.. Nell'agro ruvestino inoltre sorsero numerosi villaggi tra i quali alcuni nei pressi di Calentano e della contrada Mattine.

Dal 324 a.C. la città entrò nell'orbita di Roma che conquistò l'Apulia in seguito alle guerre sannitiche e al conflitto con Taranto, facendo così terminare l'età ellenistica nella suddetta regione. Sotto la dominazione romana Rubi godette di numerosi privilegi tra i quali l'autonomia legislativa. Tuttavia col passare del tempo questa libertà venne limitata con l'assegnazione della cittadinanza romana e del titolo di municipium. Inoltre è attestata l'appartenenza di Rubi alla tribù Claudia, una delle trentuno tribù rustiche. L'importanza di Ruvo nell'età romana è testimoniata dal ruolo di stazione della via Traiana e da un'epigrafe, oggi collocata in piazza Menotti Garibaldi, dedicata all'imperatore Gordiano III, la quale riporta l'esistenza nella città del collegio degli augustali.. La stessa via, che attraversava Ruvo, venne percorsa dal poeta venosino Quinto Orazio Flacco, come riportato nelle Satire nell'iter Brundisinum. Nel I secolo d.C. a Ruvo nacque, secondo la tradizione, una delle più antiche diocesi cristiane: la leggenda narra che san Pietro passò due volte da Ruvo nel 44 e la prima volta convertì alcuni pagani del luogo mentre la seconda volta, in fuga da Roma dalle persecuzioni dell'imperatore Claudio, riconvertì gli stessi fedeli che erano tornati al paganesimo lasciando come primo vescovo della città e della regione pugliese san Cleto (futuro terzo papa), per mantenere viva la fede nella nascente comunità cristiana. I primi cristiani ruvestini si riunivano in una cisterna che fungeva da catacomba e da luogo di culto; in questo luogo inoltre fu scolpita nella pietra una statua del santo, a tal punto che il luogo viene identificato attualmente come la grotta di San Cleto.

Sotto la dominazione romana la pianta della città doveva molto probabilmente coincidere con il centro storico come dimostrano i resti di una domus al di sotto della Concattedrale. In epoca imperiale Ruvo venne circondata dalle mura e in seguito subì una prima diminuzione del territorio, in quanto intorno al V secolo sorsero le città di Molfetta, Trani e Bisceglie, impedendo così il contatto con il mare.

Ruvo medievale