Leconomia politica è la scienza sociale che si occupa dei metodi con cui l'uomo usa razionalmente poche risorse per soddisfare molte esigenze.

Storia

Anche se riflessioni "economiche" in senso lato possono rinvenirsi già nell'antichitàIl Codice di Hammurabi contiene norme tese a disciplinare i rapporti economici e riflessioni economico-politiche si trovano anche in Platone, Senofonte e Aristotele. e nel Medioevo,La Patristica e la Scolastica si occuparono di argomenti economici, ma lo fecero da un punto di vista etico, ad esempio condannando l'usura e considerando "giusto" il prezzo prevalente nei mercati in assenza di frodi. l'economia politica in senso moderno iniziò a prendere forma all'epoca di Machiavelli, ponendosi inizialmente l'obiettivo di aumentare il potere economico del Principe, poi degli Stati nazionali, come condizione necessaria del potere politico e militare.

I mercantilisti consideravano fondamentale, a tale scopo, un saldo positivo della bilancia commerciale.Il mercantilista Antoine de Montchrétien fu il primo autore, nel 1615, di un Trattato di economia politica. In Francia, dopo il fallimento delle politiche mercantiliste di Colbert, François Quesnay si fece sostenitore della priorità dell'agricoltura, costruendo per primo un vero e proprio modello del funzionamento di un sistema economico.

Si affermò poi per circa un secolo la cosiddetta economia politica classica (principali esponenti: Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx),LIndagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni di Adam Smith è del 1776, le opere dei capiscuola dell'economia neoclassica vennero pubblicate negli anni 1871-1874. che prestava attenzione alla crescente produttività dell'industria, individuava nel tempo di lavoro necessario alla produzione di un bene il suo valore e considerava i rapporti tra le classi sociali (proprietari terrieri, capitalisti e lavoratori) fondamentali per lo studio del funzionamento del sistema economico.

A partire dall'ultimo quarto del XIX secolo si sviluppò e diffuse sempre più l'economia neoclassica,I capiscuola furono Carl Menger, William Stanley Jevons e Léon Walras; seguirono poi Vilfredo Pareto, Alfred Marshall, Arthur Cecil Pigou e molti altri. caratterizzata dal ricorso all'utilitarismo e al cosiddetto individualismo metodologico: il valore di un bene venne ricondotto all'utilità che scaturisce dal suo consumo, mentre la massimizzazione di questa utilità venne considerata il principio guida del comportamento individuale. La focalizzazione sul singolo non impedì che si prestasse attenzione al benessere dell'intera comunità, per il quale si riteneva necessario il libero agire dei privati riducendo al minimo il ruolo dello Stato. L'approccio neoclassico rimane oggi tipico della microeconomia, che studia appunto il comportamento dei singoli agenti economici.

Nei decenni centrali del XX secolo, dopo la Grande depressione del 1929, John Maynard Keynes ha sostenuto la necessità dell'intervento pubblico nell'economia, soprattutto al fine di garantire la piena occupazione. Ne è seguita un'attenzione ai grandi aggregati economici (il prodotto nazionale, l'ammontare complessivo dei consumi e degli investimenti ecc.), che costituiscono oggi l'oggetto di studio della macroeconomia, così detta per distinguere tale approccio da quello neoclassico.

Alcuni economistiTra i primi, John Hicks e Franco Modigliani. hanno proposto di unificare i due approcci, dando vita alla cosiddetta sintesi neoclassica. Successivamente, Milton Friedman ed altri hanno riformulato in modo innovativo alcuni principi della scuola neoclassica, riproponendo il rifiuto dell'intervento dello Stato in economia. Si è quindi avviato un processo di formazione di diverse scuole di pensiero, al quale hanno contribuito sia lo sviluppo di nuovi strumenti analitici,Si possono ricordare l'econometria, la teoria dei giochi, la teoria dei processi stocastici, la teoria del caos, l'econofisica. sia l'esigenza di affrontare - anche in un'ottica interdisciplinare - problemi quali l'inquinamento, il possibile esaurirsi delle risorse naturali e la globalizzazione.

L'economia politica come scienza sociale

Sia i mercantilisti che François Quesnay si proponevano di indirizzare la politica, e in parte vi riuscirono.In Francia, ad esempio, Colbert mise in atto i principi mercantilisti, poi Turgot, controllore generale delle finanze dal 1774 al 1776, tentò di attuare alcune idee di Quesnay. Tra i classici, Smith e Ricardo, dopo aver esaminato i processi di produzione e di distribuzione del reddito, discussero ampiamente della politica fiscale più adatta a favorire lo sviluppo economico; Marx trasse dalla sua analisi il programma politico del primo partito comunista.

A partire dalla fine del XIX secolo si tentò invece di pervenire ad una separazione tra economia e politica. Léon Walras propose una distinzione tra: economia politica pura (determinazione dei prezzi), economia politica sociale (distribuzione della ricchezza) ed economia politica applicata (teoria della produzione agricola, industriale e commerciale)Léon Walras, Elementi di economia politica pura, UTET, Torino, 1974, «Prefazione alla IV edizione», pp. 105 sgg. e cercò di dare alla prima lo stesso impianto oggettivo e rigoroso della fisica.Bruna Ingrao e Giorgio Israel, La mano invisibile. L'equilibrio economico nella storia della scienza, Laterza, Roma-Bari, 2006, capp. 2 («Le origini») e 4 («Léon Walras»). Nel 1890 John Neville Keynes (padre di Maynard) propose la distinzione tra economia positiva (la descrizione del funzionamento di un sistema economico come è), economia normativa (la valutazione di ciò che è desiderabile, dei suoi costi e benefici) e arte economica (l'individuazione di azioni atte ad ottenere ciò che appare desiderabile).John Neville Keynes, The Scope and Method of Political Economy , Batoche Books, Kitchener, 1999, p. 22. Negli stessi anni, Alfred Marshall iniziò ad usare il termine economics insieme e in alternativa a political economy.V. The Economics of Industry (1879), The Present Position of Economics (1885) e soprattutto i Principles of Economics (1890). Il termine economics, modellato su physics e mathematics e traducibile con "economica", ha sostituito "economia politica" nell'uso anglosassone, ma in Italia si continua a preferire la denominazione originaria.

Nel XX secolo il notevole sviluppo della matematica e della fisica e, in particolare, la loro assiomatizzazione sempre più estesa, suggerirono l'adozione di un approccio assiomatico anche per l'economia, nel tentativo di dare ad essa pieno status di "scienza".Ad esempio, una delle opere più importanti di Gérard Debreu, premio Nobel per l'economia nel 1983, si intitola Theory of Value. An Axiomatic Analysis of Economic Equilibrium (Yale University Press, New Haven - London, 1959). John von Neumann dette notevoli contributi all'assiomatizzazione sia della fisica che dell'economia; quanto all'economia, è fondamentale l'opera Theory of Games and Economic Behavior (Princeton University Press, Princeton, 1944, scritta con Oskar Morgenstern), che fondò anche la moderna teoria dei giochi. Nel 1932 Lionel Robbins propose la definizione di economia già citata e, al tempo stesso, affermò che l'economia può essere scienza se le sue proposizioni sono dedotte da un insieme di postulati tratti da fatti incontestabili basati sull'esperienza.Lionel Robbins, op. cit., pag. 78.

Lo sviluppo della modellistica matematica ha conferito gradualmente maggiore importanza alla capacità predittiva di una teoria piuttosto che al realismo delle ipotesi iniziali.La maggiore importanza della capacità di formulare previsioni è tale che si usano modelli basati su assunti arbitrari, o comunque non tratti da esperienze relative al fenomeno studiato. Ad esempio, il modello del cuore di Balthasar van der Pol si basa sul funzionamento degli oscillatori, il modello della dinamica delle popolazioni di Alfred J. Lotka si basa sulle reazioni chimiche oscillanti, da lui peraltro solo ipotizzate e realmente osservate solo molti anni dopo. Cfr. Giorgio Israel, La visione matematica della realtà. Introduzione ai temi e alla storia della modellistica matematica, Laterza, Roma-Bari, 2003, pp. 27 e 57-58. Coerentemente, Milton Friedman ha affermato che nessuna evidenza empirica può fornire la prova della validità di un'ipotesi, ma l'insieme degli assunti iniziali dell'economia positiva, in sé arbitrario, può essere giudicato valido solo se consente di dedurne previsioni confermate dall'esperienza. Non importa, ad esempio, che gli assunti della concorrenza perfetta o del monopolio puro appaiano irrealistici, o che gli uomini d'affari non usino, in realtà, prendere le loro decisioni sulla base delle curve del costo o del ricavo marginali; quello che conta è che da assunti anche apparentemente irrealistici si possano dedurre previsioni corrette.Milton Friedman, Essays in Positive Economics, The University of Chicago Press, 1953, pp. 8-9, 15 (estratti). L'approccio di Friedman è noto sotto il nome di positivismo metodologico.

Secondo Herbert Simon, peraltro, Friedman ha solo tentato di «trasformare in virtù» la mancanza di fondamenti empirici della teoria economica neoclassica, mentre l'irrealismo delle ipotesi comporta che le ricerche empiriche smentiscano spesso la teoria. In particolare, secondo Simon, la teoria neoclassica si discosta da altre scienze sociali meglio fondate per tre aspetti sostanziali: passa sotto silenzio il contenuto degli obiettivi e dei valori, postula la coerenza globale dei comportamenti, sostiene che i comportamenti siano oggettivamente razionali in rapporto ad un ambiente circostante che si suppone interamente noto sia nel presente che nel suo futuro.Herbert A. Simon, Scienza economica e comportamento umano, Edizioni di Comunità, Torino, 2000, pp. 101-103, 192-193.

Il dibattito è aperto.Joseph Stiglitz, nel suo manuale di Microeconomia (Bollati Boringhieri, Torino, 1999, pp. 20-21) evidenzia i punti di disaccordo tra gli economisti anche quando si segue l'approccio di Friedman («diversi modelli conducono a diversi risultati, e spesso i dati non consentono di stabilire quale tra due modelli alternativi meglio descriva la realtà»), proponendo una tabella di punti controversi tratta da un'intervista agli economisti di alcune università americane. Alessandro Roncaglia (Lineamenti di economia politica, Laterza, Roma-Bari, 2005, pp. 12-14) ricorda le differenze tra scienze sociali e scienze naturali e sottolinea che l'economista studia una realtà in continuo mutamento di cui egli stesso è parte; non può quindi né semplicemente basarsi sulle teorie elaborate in passato, né pretendere di essere neutrale; «non c'è nulla di male in questo; basta saperlo e non nascondersi dietro un dito». V. anche Richard Swedberg, «The Doctrine of Economic Neutrality of the IMF and the World Bank», Journal of Peace Research, vol. 23, n. 4, 1986, pp. 377-390 (la neutralità del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale è stata in seguito contestata anche da Joseph Stiglitz).

Rami principali L'economia politica ha iniziato ad essere distinta da altre scienze sociali molto gradualmente. Solo verso la metà del XIX secolo si sono avute le prime cattedre di economia (la prima è stata fondata nel 1754 a Napoli, allora capitale del Regno delle Due Sicilie, da Antonio Genovesi ); ma si è ormai consolidato un corso di studi che prevede, di massima, le seguenti principali articolazioni.

Microeconomia

La microeconomia si propone di studiare il comportamento dei singoli soggetti economici (consumatori e imprese) e di dedurre da esso una teoria della formazione degli aggregati economici (in particolare domanda e offerta aggregate) e dei prezzi dei beni.