Marsico Nuovo (Màrsëchë in dialetto lucano) è un comune italiano di abitanti della provincia di Potenza in Basilicata.
Geografia fisica Posto a sul livello del mare, si sviluppa su tre colline che dominano la Val d'Agri: Civita, la più alta con il centro storico, Portello e Casale, più basse, con l'espansione moderna. Intorno sono le vette dei monti Facito, (), Maruggio (), Calvelluzzo (), Malagrina (), Tumolo (), Volturino (), Cognone (), Ausineto (), Lama (), Cavallo (), Cavalluccio (), Fontanalunga (), Schiavo () e Arioso ().
I corsi d'acqua sono costituiti dal fiume Agri; vi si trova anche il lago di Piana del Lago ().
Storia
Le origini e il nome antico della città
Ritrovamenti archeologici hanno permesso di attribuire con certezza al territorio una frequentazione già in epoca preromana, riferibile a popolazioni di Enotri e Lucani, e un abitato d’altura situato sulla collina della Civita, databile tra il V e il IV secolo a.C., a cui sono legati altri insediamenti. L’area cittadina odierna era molto frequentata in antichità. Sebbene in passato l’erudizione locale abbia ipotizzato che questo sito fosse l’Abellinum Marsicum menzionata da Plinio, la critica storica moderna ha smentito tale identificazione: gli Abellinates cognomine Marsi, infatti, appartenevano alla Regio II (Apulia) e non alla Regio III (Lucania). Il centro della Civita occupava comunque una posizione strategica, a controllo dell’imbocco della Val d’Agri e delle direttrici verso il Salernitano e il Potentino, oltre che lungo la via romana Herculia, di cui il comune possiede alcuni cippi miliari. Dunque, nonostante il disguido storico, l’insediamento avrebbe potuto avere una possibile funzione di statio. Non conosciamo dunque l’antico nome degli insediamenti.
La fondazione cittadina è stata spesso attribuita anche a una leggenda che, per sovrapposizione filologica, la riconduce al popolo italico dei Marsi del Fucino e al rito del Ver Sacrum (la Primavera Sacra). Secondo questa narrazione, una tribù guidata da un cane consacrato avrebbe seguito la dorsale appenninica fino in Lucania, fondando la città, il cui simbolo comunale è oggi un levriero. Tuttavia, non esistono ancora evidenze archeologiche o documentazione scritta che confermino una migrazione marsa in quest’area. Tale tesi potrebbe essere, ancora una volta, frutto di una distorsione storiografica dei secoli XVII e XVIII, che avrebbe confuso la popolazione pugliese citata da Plinio con il territorio lucano.
L’assenza di prove per la tesi “marsa” sposta l’origine del nome verso spiegazioni linguistiche e geografiche più verosimili. Il termine Marsicum deriverebbe dal latino maricetum (luogo paludoso o ricco di giunchi) o dall’osco maris, indicante la presenza d’acqua: un’etimologia coerente con l’idrografia della Val d’Agri, storicamente soggetta ad acquitrini. Riguardo alla distinzione tra Marsico Nuovo e Marsicovetere, l’aggettivo “Nuovo” non indica una diversa epoca di fondazione, essendo entrambi i siti di origine preromana. Si tratta piuttosto di una distinzione di epoca medievale, legata al controllo del territorio tra Longobardi e Bizantini o a uno spostamento della popolazione verso il sito attuale, più difendibile, a seguito di calamità naturali o incursioni. Ciò avvalora la tesi, non trascurabile, dell’origine dal bizantino Martzikon (Μαρτζίκον), che significa “insediamento fortificato”, riferibile alla distinzione tra vecchio e nuovo. Ovviamente, ciò apre una porta anche al longobardo marsik, che significa “luogo paludoso”. Nessuna tesi è ad oggi certa.
Tutto diventa più chiaro quando si assiste a un probabile declino del centro lucano della Civita di Marsico, legato alla fondazione della colonia romana di Grumentum. La ripresa dell’area avvenne successivamente, quando Grumentum invece decadde, e avvenne la creazione della Via Herculea tra Venusia e Grumentum. Come se non bastasse, è stato ipotizzato che Acidios potrebbe essere il vero nome antico della città, in quanto la città ospita la sorgente del fiume Agri, che deriva a sua volta dall’osco akiris, che significa “fiume navigabile”.
L’Ascesa della Contea di Marsico
Con l’arrivo dei Longobardi e le lotte tra questi, Bizantini e Saraceni, Marsico ebbe grande importanza strategica. In quest’epoca nasce una città che, trovandosi sul confine meridionale del principato longobardo di Salerno, venne elevata dal principe Gisulfo I, intorno al 940, a capoluogo di contea e posta a capo di un vasto territorio, che comprendeva parte del Cilento e del Vallo di Diano. La città venne fortificata e registrò una consistente crescita demografica, ottenendo il titolo di civitas.
Nel 1054 venne trasferita a Marsico la sede episcopale della diocesi di Grumentum. Con l’avvento dei Normanni venne posta come capoluogo amministrativo di un territorio che si estendeva ulteriormente su quasi tutto il Vallo di Diano e il basso Cilento. Roberto il Guiscardo, divenuto principe di Salerno, l’affidò in feudo a Rinaldo Malaconvenienza, figlio di Asclettino. Tra il 1146 e il 1150 fu fatto conte di Marsico un Altavilla, Silvestro, figlio del conte di Ragusa e cugino diretto del re di Sicilia. Agli Altavilla succedettero i Guarna e, nel XIII secolo, la contea di Marsico passò ai Sanseverino.
I conti di Marsico furono quasi tutti gran connestabili e consiglieri reali, influenzando la politica del regno per tutto il periodo angioino e, con gli Aragonesi, divennero principi di Salerno.
Dai Sanseverino ai Pignatelli
L’ultimo conte di Marsico e principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, entrato in contrasto con il viceré di Napoli, fu esiliato nel 1552 e i suoi feudi furono messi in vendita. L’Universitas marsicana riuscì a raccogliere la somma necessaria al riscatto e la città venne perciò ascritta al regio demanio.
Nel 1638, però, essendo le casse vicereali in dissesto e i cittadini impossibilitati a reperire le somme necessarie al mantenimento dell’autonomia amministrativa, la città fu nuovamente messa in vendita e acquistata dalla famiglia Pignatelli col titolo di principi. Nel 1647 la città fu interessata dai tumulti popolari collegati ai moti rivoluzionari di Masaniello. Il principe Francesco Pignatelli fu costretto alla fuga, mentre una decina di cortigiani venivano trucidati dalla folla in rivolta. La peste del 1656 dimezzò la popolazione e solo nel XIX secolo la città poté riacquistare un rilevante peso demografico, superando i diecimila abitanti a metà secolo.
Dalla Repubblica Partenopea al Risorgimento
Nel febbraio del 1799 anche a Marsico fu innalzato il simbolico “albero della libertà”. Gli stessi feudatari Diego e Vincenzo Pignatelli e il vescovo Bernardo Maria Della Torre erano a favore delle idee rivoluzionarie e la città aderì presto alla Repubblica Partenopea, diventando un cantone del dipartimento del Bradano, amministrato dal commissario governativo Nicola Palomba, subendo poi danni dalle bande sanfediste provenienti dalla Calabria. La città, nel 1820, era già sede di una “vendita” carbonara, la “Scuola dei costumi”, e partecipò alle lotte risorgimentali.
Il 1º maggio 1816, una riforma amministrativa del Regno di Napoli portò al passaggio di Marsico dal Principato Citra, con capoluogo la città di Salerno, al distretto di Potenza, del quale Marsico divenne immediatamente capoluogo di circondario. Il comune entrò così a far parte, in età moderna, della regione amministrativa della Basilicata e della provincia di Potenza, a fronte di un lungo legame con la città di Salerno che durava ormai da quasi mille anni, dall’elevazione a contea nel 940.
Il terremoto del 1857 e l’età contemporanea
Il terremoto del 1857 rase al suolo gran parte di Marsico Nuovo e dei paesi limitrofi. Qualche anno dopo la città fu interessata da fatti di sangue che videro protagonisti i capibanda locali Angelantonio Masini e Federico Aliano, detto “Forgiarello”, di Paterno.
Nel XX secolo la città si impoverì a seguito delle ondate migratorie seguite alle due guerre mondiali.
Simboli
Lo stemma, simile ad uno scudo veneto troncato semipartito, presenta il levriero che secondo la leggenda guidava i fondatori del nucleo originario del centro, ai lati di questo si evidenziano le insegne della città episcopale, il tutto al di sopra dei vessilli dei prìncipi e dei conti di Marsico. In altre versioni è riportato col motto: F.Et.A. (Fidelis et amans). Il comune ha facoltà di utilizzo della corona muraria, in quanto ha ricevuto il titolo di città.DPR 24 Febbraio 2021
Monumenti e luoghi d'interesse
Chiese
Concattedrale di San Giorgio Martire
La diocesi di Marsico è figlia delle incursioni saracene che distrussero la vicina cattedrale di Grumentum e fu eretta nell'VIII secolo.
Nel 1818 per impedire questioni di predominanza con la diocesi di Potenza fu unita aeque principaliter ad essa, ma solo nel 1986 Marsico e Potenza diventarono parte della stessa diocesi.
L'antica basilica marsicana era la chiesa di San Michele Arcangelo, ma probabilmente essa iniziò a presentare problemi di spazio. Nel 1131 Goffredo ed Enrico, rispettivamente conte e vescovo di Marsico decisero di costruirne una nuova. Questa volta la chiesa doveva essere più ampia, e per esaltarne la maestosità si decise di costruirla alla sommità del colle detto "Civita", il più alto.
Una lapide oggi assente, trascritta nel XVII secolo da Ferdinando Ughelli recitava:
"Al tempo del Vescovo Enrico e del conte Goffredo fu costruito questo tempio ad onore di Dio e della Beata Vergine Maria e del Beato Giorgio. L'anno del Signore 1131."
Dunque l'edificio venne dedicato alla Beata Vergine Maria e a San Giorgio Martire, primo patrono di Marsico. Era diviso in tre navate con il frontespizio coperto da piccoli marmi quadrati. Nel 1293 si costruì un campanile grazie al conte di Marsico Tommaso di Sanseverino e del settimo vescovo Giovanni Vetere da Salerno, a testimoniare questo avvenimento vi è un'altra iscrizione alla base della torre a cuspide, che attribuisce l'opera a Maestro Silvestro.
Nel 1525 il vescovo Ottaviano Caracciolo commissionò il restauro del celebre Sepolcro dei Vescovi, nel quale anch'egli venne sepolto. Il vescovo Parisi, suo successore, ordinò la realizzazione di una cattedra in pietra nel 1612, e tra il 1614 e il 1648, anni in cui si succedettero i vescovi Caselli e Ciantes, vennero commissionati numerosi lavori di restauro relativi alla chiesa e al palazzo vescovile, in particolare Giuseppe Ciantes eseguì ampliamenti della sacrestia e del coro, e durante il suo periodo d'amministrazione la chiesa venne decorata con varie opere d'arte.
Nel 1673 Marsico mostrava le gravi ferite causate da un terremoto e dalla carestia.
I lavori di ristrutturazione del centro liturgico diocesano durarono fino al 1707. Ma già nel 1703 dall'esterno si osservava un maestoso campanile che appariva come la solita torre a cuspide tripartita che si vede nella nuova concattedrale, ma con un piano in più. Era già visibile anche la cupola che sormontava le volte della navata e del transetto.
Nel XVIII secolo seguirono altri restauri anche ad opera del celebre vescovo Bernardo della Torre, che vi accolse le reliquie del compatrono Sant'Augustale martire provenienti dalla catacomba di San Lorenzo, qui si svolse la cerimonia in cui ne donò una parte al vescovo di Sarno.