Il marmo di Carrara (per i Romani marmor lunensis, "marmo di Luni") è un tipo di marmo estratto dalle cave delle Alpi Apuane nei territori di Carrara e Lucca universalmente noto come uno dei marmi più pregiati. Con questo marmo sono state realizzate alcune delle più importanti opere architettoniche e scultoree del mondo.

Storia Le cave di pietra delle Alpi Apuane erano probabilmente già utilizzate durante l'età del ferro dai Liguri di Ameglia (località Cafaggio, SP). La necropoli di questo sito, a pochi chilometri a sud-ovest della colonia romana di Luna, è datata al IV secolo a.C. Il sito è caratterizzato da sepolture a incinerazione poste entro cassetta (cista) di lastre di pietra scistosa provenienti dal vicino promontorio del CorvoA.M. Durante, "La necropoli di Ameglia", in: Quaderni del centro studi Lunensi 6-7, 1982, pp. 25-46A.M. Durante, "La necropoli di Cafaggio", in: I Liguri. Un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo, Catalogo della Mostra (Genova, 23 ottobre 2003-23 gennaio 2004), a cura di R. de Marinis e G. Spadea, Genova, 2004, pp. 374-378; 404-420., ove sono pure presenti giacimenti di marmo bianco. Non a caso, la seconda fase di utilizzo del cimitero (I - II secolo d.C.), presenta cremazioni, ma pure sepolture a inumazione nella nuda terra con una rudimentale cassa di copertura composta da materiali di recupero; fra di essi, appunto, frammenti di marmo.

L'attività estrattiva vera e propria si sviluppò a partire dall'epoca romana, e conobbe il maggiore sviluppo sotto Giulio Cesare (48-44 a.C.).

L’esportazione, che avveniva tramite il porto di Luni (ragion per cui il marmo delle Alpi Apuane è detto, in archeologia, marmo lunense), assunse allora un’entità tale da rifornire le maestranze preposte alla costruzione delle maggiori costruzioni pubbliche di Roma e del suo impero e di numerose dimore patrizie.

Delle cave più antiche, distribuite nei bacini di Torano, Miseglia e Colonnata, non resta molto, poiché l’attività estrattiva protrattasi nei secoli ha causato la loro progressiva distruzione. In tal modo, cave come quella di Polvaccio e Mandria (Torano) e Canalgrande (Miseglia) sono andate perdute. Sono, invece, ancora integre le cave di La Tagliata (Miseglia) e Fossacava (Colonnata)Sulle antiche cave lunensi vedere soprattutto E. Dolci, "La localizzazione e il rilevamento delle cave lunensi", in Quaderni del Centro Studi lunensi, sebbene scarsamente valorizzate da un punto di vista storico-archeologico e turistico. Un'altra cava di origine certamente antica, è la cosiddetta Cava Romana di Forno (Massa), oggetto di diatribe legali per violazioni ambientali e alla quale nel 2017 non è stata rinnovata la compatibilità ambientale.

Dal V secolo l'attività estrattiva subì un periodo di stasi a seguito delle invasioni barbariche. Più tardi, con la maggiore diffusione del cristianesimo, il marmo fu richiesto in grandi quantità per l'edificazione degli edifici religiosi e per il loro arredo interno.

La fervente attività delle cave si dovette soprattutto ai Maestri comacini, a Nicola e a Giovanni Pisano, che lo utilizzarono per le loro opere nell'Italia centrale.

Gran parte delle cave erano di proprietà dei marchesi Malaspina che a loro volta le affittavano a famiglie di maestri di Carrara che gestivano sia l’estrazione sia il trasporto del prezioso materiale. Alcune di esse, come i Maffioli, i quali avevano in locazione alcune cave a nord di Carrara, nella zona di Torano, o, negli anni ’90 del Quattrocento, Giovanni Pietro Buffa, che acquistava a credito il marmo da cavatori locali per poi rivenderlo sul mercato veneziano, furono in grado di organizzare una fitta rete commerciale, esportando il marmo anche in località lontane. Solo per citare un esempio, a partire dal 1474, prima i Maffioli, poi il Buffa, fornirono il marmo per la facciata della Certosa di Pavia, occupandosi anche del trasporto del materiale che, per nave, dopo aver circumnavigato l’Italia, giungeva al cantiere del monastero dopo aver risalito con imbarcazioni il Po e il Ticino. A partire dal XVI secolo, in questo florido commercio, si inserirono anche scalpellini-mercanti genovesi.

Durante il Rinascimento fu il marmo utilizzato da Michelangelo, che veniva a scegliere personalmente i blocchi su cui lavorare.

Tra la fine del XVIII e il XIX secolo ci fu un rapido incremento delle cave, che cominciarono a concentrarsi nelle mani di pochi grandi concessionari, e l'"industrializzazione" dell'attività estrattiva, che richiamò un gran numero di lavoratori delle comunità montane, spostandoli dalle tradizionali occupazioni agro-pastorali a quelle minerarie. A questo periodo risale la costruzione della Ferrovia Marmifera Privata di Carrara, sulla quale attualmente ci sono progetti di rigenerazione urbana e del Porto di Carrara. Questo processo proseguì anche nel XX secolo, con la realizzazione di infrastrutture quali la diramazione della Teleferica del Balzone, nel 1907 e del ramo per Arni della Tranvia della Versilia, inaugurato nel 1923.

Nel XX secolo si fece ampio uso del marmo di Carrara durante il fascismo: .

Nel Dopoguerra, in particolare nel secondo, l'attività estrattiva è cresciuta a dismisura in termini di materiale rimosso, tanto che, la rivista Focus ha affermato che "negli ultimi 20 anni, qui si è scavato più che in duemila anni di storia", tuttavia il numero degli occupati diretti nelle cave è passato, secondo il Corriere della Sera, dai 16.000 degli anni '50 ai circa 1.000 di oggi. In risposta a tale fenomeno è nato il movimento No Cav.

Uso artistico e scultura Il marmo di Carrara è da secoli il materiale privilegiato della scultura internazionale. Si pensi che dal Rinascimento, quando Michelangelo veniva personalmente a scegliere i blocchi nelle cave, la tradizione scultorea carrarese ha continuato a richiamare artisti da tutto il mondo. Dal 1957 al 2010 Carrara ha ospitato quattordici edizioni della Biennale Internazionale di Scultura, manifestazione unica in Italia per la concentrazione esclusiva sulla scultura, che ha visto la partecipazione di artisti quali Pablo Picasso, Henry Moore, Joan Mirò, Fernando Botero, Lucio Fontana e Maurizio Cattelan. Le opere acquisite dal Comune durante le edizioni della Biennale sono oggi conservate al mudaC - Museo delle Arti di Carrara.https://luoghidelcontemporaneo.cultura.gov.it/esplora/c-a-p-centro-arti-plastiche/ Ministero della Cultura, Luoghi del Contemporaneo, C.A.P. Centro Arti Plastiche di Carrara]

Le cave

Le cave sono luoghi dove da molti secoli avviene l'escavazione e la lavorazione del marmo e possono essere di due tipi: chiuse e a cielo aperto. Per il modo con il quale viene prelevato il marmo, la profondità di prospettiva delle pareti bianche, gli ampi spazi, la precisione simmetrica dei gradoni, i piani di lavorazione, sembrano gradinate di anfiteatri.

Lo status giuridico della proprietà di molte cave apuane è piuttosto complesso e trae origine dai concetto di "beni estimati" e da un editto della contessa Maria Teresa Cybo Malaspina del 1751. Sebbene nel 1995 la Corte Costituzionale avesse disposto che le concessioni delle cave fossero sempre temporanee, nell'ottobre 2016 ha accolto parzialmente il ricorso di alcune società private, tra le quali Omya, contro la Legge Regionale 35/2015 che avrebbe assimilato le cave tra i beni indisponibili comunali, stabilendo che alcune (le più "antiche") fossero da ritenersi "private", altre "pubbliche" e altre ancora con quote variabili dei due regimi, nonostante l'appello di numerosi intellettuali contro la presunta "privatizzazione". La classificazione dei terreni sui quali insistono le cave è stata spesso oggetto di contenziosi legali. La Cassazione ha inoltre escluso nel 2018 che possa essere applicato l'usucapione sugli agri marmiferi.

Alcune cave site nei comuni di Vagli Sotto e Stazzema (Arni) insistono su terreni ad uso civico, nonostante che su essi sia proibita l'attività di escavazione, ai sensi della sentenza n. 6132 del 21 settembre 2021 della Corte di Appello di Roma.

La Regione Toscana, in deroga al Codice dei beni culturali e del paesaggio che tutela "le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole, i ghiacciai e i circhi glaciali, i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi" consente l'escavazione anche oltre i 1.200 m s.l.m. e nelle aree del Parco naturale regionale delle Alpi Apuane.

Escavazione e lavorazione del marmo

L'escavazione del marmo nelle Alpi Apuane risale a epoche assai remote (I secolo a.C.) e ha subito nel secolo scorso profonde trasformazioni. Anticamente l'escavazione avveniva con metodi e utensili molto semplici, quali picconi e piccozze, e con gran dispendio di tempo e lavoro per ottenere risultati modesti. Le indagini archeologiche hanno restituito alcuni degli strumenti impiegati nel corso del tempo, oggi conservati in gran parte al Museo del Marmo e dei Beni Culturali della città di Carrara.

Anticamente il lavoro essenzialmente manuale era svolto da una manodopera costituita in gran parte da condannati a lavori di fatica, schiavi e cristiani. I primi cavatori sfruttavano le fratture naturali della roccia nelle quali inserivano dei cunei di legno di fico che poi bagnavano con acqua, la naturale dilatazione provocava il distacco del masso. Per ottenere blocchi di dimensioni stabilite, i Romani ricorsero alla tecnica della "formella". Si praticava nel masso prescelto, lungo la linea di taglio, una scanalatura profonda 15–20 cm nella quale s'inserivano poi dei cunei di ferro che, percossi ripetutamente e a tempo, determinavano il distacco di blocchi di 2 m di spessore. Tali tecniche estrattive e quelle di lavorazione, come la segatura manuale, rimasero pressoché inalterate anche dopo la scoperta della polvere da sparo, il cui impiego si rivelò più dannoso che utile; infatti il marmo risultava spesso così frantumato da perdere qualsiasi valore commerciale. Solo in seguito con l'utilizzo delle mine con l'operazione chiamata la Varata (evento che lasciava tutti i lavoratori con il fiato sospeso) si poté distaccare una grande quantità di marmo senza danneggiare il prodotto stesso.

La vera e grande rivoluzione nella tecnica estrattiva avvenne alla fine dell'Ottocento con le invenzioni del filo elicoidale e della puleggia penetrante. Il filo di acciaio è un cavo di 4–6 mm di diametro, ottenuto dalla torsione a elica di tre fili. Le scanalature così determinate hanno la funzione di trasportare e distribuire, lungo il taglio eseguito dal cavo, l'acqua e la sabbia silicea, originariamente proveniente da Massaciuccoli, che servono all'azione abrasiva. Il filo elicoidale, disposto in circuito su speciali pulegge di rinvio fissate ad appositi paletti detti potò, è lungo in genere alcune centinaia di metri e si muove a una velocità di 5–6 m/s, mentre incide il marmo a un ritmo di 20 cm l'ora. La puleggia penetrante è un disco d'acciaio caratterizzato, sulla circonferenza, da una scanalatura e da piccoli denti diamantati.

Mediante questi due geniali accorgimenti tecnici la puleggia, scorrendo su un apposito strumento a cremagliera chiamata "macchinetta" che ne consente il regolare e il continuo abbassamento, assolve contemporaneamente a due funzioni: mentre penetra nel marmo trascina nella scanalatura il filo elicoidale che provoca il taglio del blocco.

Prima di cominciare a tagliare a monte e iniziare sul piazzale qualsiasi lavoro, bisognava liberare la montagna da quella parte di roccia resa inservibile dall'alterazione superficiale. Per questo lavoro di agilità e perizia interveniva il "Tecchiaiolo" il quale aveva il compito di esaminare da vicino il marmo, liberandolo delle parti pericolanti: per fare questo doveva calarsi, appeso a una fune, davanti al fronte di cava.