La stanza cinese è un esperimento mentale ideato da John Searle come controesempio rispetto alla teoria dell'intelligenza artificiale forte. Alla base del ragionamento di Searle vi è l'idea che la sintassi non sia condizione sufficiente per la determinazione della semantica.
Searle presentò l'argomentazione della stanza cinese nell'articolo Minds, Brains and Programs (Menti, cervelli e programmi), pubblicato nel 1980 dalla rivista scientifica The Behavioral and Brain Sciences (in lingua italiana da Le Scienze). Da allora tale argomentazione è stata un pilastro del dibattito intorno al tema dell'intelligenza artificiale forte.
Esperimento mentale: "Le macchine possono pensare?" Intelligenza artificiale forte e debole Nel 1980 John Searle pubblicò Minds, Brains and Programs nella rivista The Behavioral and Brain Sciences. In questo articolo Searle espose la sua argomentazione e di seguito rispose alle principali obiezioni che vennero sollevate durante le sue presentazioni a diversi campus universitari. L'articolo di Searle, inoltre, fu pubblicato nella rivista insieme ai commenti ed alle critiche di 27 ricercatori di scienze cognitive. Questi 27 commenti furono seguiti dalle risposte di Searle ai suoi critici. Negli ultimi due decenni del ventesimo secolo, l'argomentazione della Stanza cinese fu oggetto di moltissime discussioni.
Nel 1984 Searle presentò l'argomentazione della Stanza cinese nel libro Minds, Brains and Science e nel gennaio del 1990, il popolare periodico Scientific American portò il dibattito all'attenzione del mondo scientifico. Searle, allora, incluse l'argomentazione della Stanza cinese nell'articolo "Is the Brain's Mind a Computer Program?" a cui seguì un articolo di risposta, "Could a Machine Think?", scritto da Paul e Patricia Churchland. Poco tempo dopo, fu pubblicato un confronto sulla Stanza cinese tra Searle ed un altro eminente filosofo, Jerry Fodor (in Rosenthal (ed.) 1991).
Nel testo Minds, brains and programs il filosofo John Searle riprende la domanda di Alan Turing circa la possibilità delle macchine di pensare, opponendosi alla tesi secondo cui l'intelligenza umana possa essere riprodotta all'interno di una macchina, che segue un programma preimpostato. In altri termini la tesi sostenuta da Turing e quindi dall'intelligenza artificiale forte, intravede la possibilità per un computer di ottenere gli stessi esiti di una mente umana, cioè la possibilità di pensare, di avere stati cognitivi, di capire discorsi e domande per rispondere. L'impostazione di un programma consente alla macchina di elaborare gli input ricevuti per emettere, conseguentemente, un output. Il programma è costituito da simboli e regole di calcolo che consentono alla macchina di eseguire un procedimento determinato di manipolazione di simboli con i quali essa compone risposte.
L'idea principale del programma dell'I.A. forte è quella che individua una corrispondenza di struttura e di funzionamento tra la mente umana e un computer. Viene in effetti stabilito il fatto che la mente, ricevendo dati (input), modificandoli e dandone altri (output), funzioni per mezzo di simboli elaborati da un'unità centrale di esecuzione che indica le procedure da compiersi.
Due teorie a sostegno del programma dell'intelligenza artificiale forte sono il funzionalismo ed il computazionalismo. La prima sostiene che uno stato mentale sia qualsiasi condizione causale interposta tra input e output, dunque, secondo tale teoria due sistemi con uguali processi causali hanno gli stessi stati mentali. Secondo il computazionalismo i processi mentali consistono in processi di calcolo che operano su simboli e tali processi sono equivalenti a quelli effettuati da un computer.
Contro questo programma Searle formula un'obiezione secondo cui la mente umana non può essere riprodotta solamente in termini sintattici, poiché così non si tiene conto della sua qualità principale, ovvero l'intenzionalità, che rimanda alla semantica. L'intenzionalità è la componente principale della mente umana ed è strettamente legata all'evento di coscienza. Evento di coscienza e intenzionalità sono considerate proprietà primitive e riguardano la capacità di un essere umano di formulare i propri obiettivi e di provare emozioni. Ogni azione, quindi, e ogni stato cognitivo richiedono, nella loro causalità, un trattamento diverso da quello sintattico, in quanto essi operano non solo sintatticamente, ma anche semanticamente, in relazione al significato dei termini.
Searle, quindi, sostiene che l'intelligenza artificiale non possa essere equivalente a quella umana perché non è sufficiente elaborare programmi di manipolazione di simboli secondo regole sintattiche per generare un'attività mentale. Il fatto è che la mente umana comprende, elabora e si esprime attraverso un linguaggio le cui parole, da un lato sono investite di significato, e dall'altro determinano il modo in cui una risposta verrà data. Searle ribadisce come l'intenzionalità, intrecciata all'esperienza soggettiva, è molto più complessa della prestazione della macchina.
Intelligenza umana e artificiale a confronto Searle considera l'emergere dell'intenzionalità un fenomeno biologico legato alla costituzione del cervello umano e alle relazioni biologico-chimiche che lì si svolgono. Sostiene infatti un naturalismo biologico rispetto all'idea che l'intenzionalità e la coscienza siano proprietà emergenti dal cervello.
Egli rivolge una critica al funzionalismo che pretende di poter astrarre l'intelligenza dal suo sostrato, poiché i suoi procedimenti mentali, basati sulla manipolazione di simboli secondo regole sintattiche, non richiederebbero di mantenere il software assieme all'hardware. Invece di affermare una posizione che richiama il dualismo cartesiano (indipendenza ontologica della sostanza pensante rispetto alla sostanza estesa), Searle mantiene un nesso imprescindibile tra mente e corpo, proponendo la soluzione del naturalismo biologico, cioè l'idea che le proprietà biologico-chimiche del cervello producano gli eventi mentali, il cui sviluppo rispecchia la nostra storia naturale ed evolutiva.
Si può notare che questa posizione rimane, almeno per quelli che hanno suggerito obiezioni alle proposte di Searle, nell'ambiguità fra il dualismo classico e la teoria dell'identità. In effetti, il dualismo si basa sulla distinzione di due elementi (corpo e mente), le cui interazioni però portano necessariamente ad uno stato di sostanziale indistinguibilità tra gli elementi coinvolti, che si auto-implicano in maniera tale da confondersi (teoria dell'identità). In questo senso la mente umana sarebbe, come sostenevano anche Dreyfus ed Edelman, completamente identificata con il sostrato neurofisiologico del cervello.
Searle, tuttavia, non si identifica con la teoria dell'identità poiché si riferisce alla mente umana come ad una proprietà emergente, mantenendo, così, il distinguo. Allo stesso tempo rifiuta l'ipotesi funzionalistica, sostenendo che la particolarità della mente umana consista nella soggettività ontologica irriducibile a funzioni sintattiche.
Il risultato della discussione circa la possibilità per l'intelligenza artificiale di soppiantare quella umana è che, secondo Searle, non possiamo ridurre la proprietà principale dell'intelligenza umana, ovvero l'intenzionalità, ad un'esecuzione di compiti di calcolo tramite simboli seguendo le regole della sintassi. Il motivo è che queste intelligenze possono in apparenza produrre le stesse risposte grazie alle istruzioni, ma bisogna tenere presente che l'intelligenza artificiale, con la sua impostazione attuale, non permette di comprendere le suddette istruzioni, questo perché gli elementi che essa manipola non necessitano di essere compresi. Dunque, le macchine non effettuano gli stessi compiti in modo uguale e perciò l'intelligenza artificiale non equivale all'intelligenza umana.
Alla domanda "Le macchine possono pensare?", Searle risponde che esse possono effettivamente pensare solo se la loro configurazione materiale raggiunge un livello di complessità (equivalente a quello del cervello umano) tale da costituire un sostrato biologico-chimico e neurofisiologico che permetta di far emergere un'intelligenza dotata d'intenzionalità. Se la struttura di base (hardware) non corrisponde a queste esigenze, non si può dire che le macchine pensino. L'obiezione di John Searle è rivolta esclusivamente al programma "forte" dell'intelligenza artificiale e non esclude la prospettiva del programma debole. Rimane quindi sempre aperta l'opportunità per le macchine di essere degli strumenti di calcolo molto più potenti e acuti degli esseri umani, almeno in certi ambiti.
Descrizione dell'esperimento
Obiezione contro il programma forte dell'intelligenza artificiale Per formulare la sua obiezione contro il funzionalismo applicato al programma forte dell'intelligenza artificiale, John Searle ricostruisce una situazione similare a quella del Test di Turing, dove un essere umano, a sua insaputa, interagisce con una macchina. Il compito per l'umano è di giudicare, sulla base delle risposte alle domande che egli pone, se sta discutendo con un altro umano o con una macchina, attribuendogli l'intelligenza di un interlocutore. L'idea iniziale di Turing era di dimostrare che la macchina, avendo riprodotto lo stesso procedimento logico-razionale dell'uomo in una situazione di computazione, poteva dare gli stessi output e imbrogliare il giudice, che non riusciva a distinguerla da un essere umano. In altre parole, si trattava di individuare le caratteristiche dell'intelligenza umana in termini sia computazionali sia di esecuzione logica e sequenziale di un compito. In questo senso, l'intelligenza umana era identificata da parte di un programma centrale (software) che consentiva di trattare informazioni a partire da simboli e secondo le regole sintattiche universali, indipendentemente dal supporto informatico (hardware).
John Searle riprende questo schema, però si sostituisce alla macchina. Immaginiamo che egli si chiuda dentro la stanza e debba interagire con qualcuno all'esterno che non sappia niente su di lui. Supponiamo poi che la persona fuori parli il cinese come madrelingua e che Searle non abbia nessuna conoscenza del cinese. Immaginiamo ancora che siano disposte sul tavolo della stanza una serie di caratteri cinesi che Searle dovrà utilizzare per rispondere alla persona fuori. Dato che il cinese non attesta nessuna vicinanza linguistica e semiotica con l'inglese (madrelingua di Searle), egli non ha nessuna capacità di riconoscere qualcosa e di formulare una frase: ci sono solo simboli. Immaginiamo allora che dentro la stanza ci sia un libro d'istruzioni con alcuni insiemi di caratteri cinesi, associati secondo delle regole scritte in inglese. Searle continua a non capire nulla del cinese, però comprende le informazioni in inglese, che gli indicano come rispondere a qualsiasi domanda ricevuta in cinese. Queste regole, che costituiscono ciò che Searle chiama il "programma", gli rendono possibile mettere in relazione una serie di simboli formali con un'altra serie di simboli formali, cioè gli permettono di dare una risposta (output) a ogni domanda (input).