Il parco regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell'Abbadessa (Väṅna dal żass e Calànc dla Badassa in bolognese) è un'area naturale protetta che si sviluppa sulle prime pendici della collina bolognese. Il parco si sviluppa intorno ad importanti affioramenti gessosi che hanno dato vita ad un complesso carsico di notevole interesse. Il parco abbraccia inoltre i calanchi dell'Abbadessa, una formazione che imprime al paesaggio un aspetto di austera bellezza.
Il parco regionale si sovrappone parzialmente al sito di interesse comunitario (SIC) Gessi Bolognesi, Calanchi dell'Abbadessa (IT40500001); tale sovrapposizione riguarda l'86% della superficie del SIC.
I gessi bolognesi sono fra i patrimoni dell'umanità protetti dall'UNESCO, facenti parte del sito seriale denominato Carsismo nelle evaporiti e grotte dell'Appennino settentrionale.
Storia L'esistenza di comunità dedite alla caccia e alla raccolta nella zona è documentata fin dal Paleolitico, e nuclei dell'età del Bronzo sono stati individuati presso le frazioni Croara, Farneto, nella grotta Calindri e a Castel de' Britti. Molti dei reperti rinvenuti sono esposti oggi al Museo della Preistoria "Luigi Donini" a San Lazzaro.
Il successivo prevalere dell'economia agricola favorì la concentrazione degli abitati nella pianura. Dove il torrente Quaderna incrocia la via Emilia, appena fuori dal parco, si estendeva la città romana di Claterna, una delle poche in regione a non avere avuto continuità abitativa dall'antichità ai nostri giorni. Di origine quasi certamente etrusca, si sviluppò durante l'età repubblicana e soprattutto augustea, quando era circondata da una corona di ville suburbane; i bei pavimenti in mosaico rinvenuti durante gli scavi sono oggi in parte conservati al Museo civico archeologico di Bologna e in parte visibili in situ in località Maggio.
Durante il Medioevo, tutto il territorio era caratterizzato da piccoli centri abitati sparsi sui rilievi, in genere fortificati e riuniti intorno a un castello o a una pieve. Il fortilizio di San Pietro di Ozzano, ad esempio, ebbe origine dagli abitanti di Claterna che, dopo la distruzione della città nel V secolo, si rifugiarono sulla vicina collina. Sul versante destro dell'Idice, già in comune di San Lazzaro, sorge Castel de' Britti, antico borgo fortificato allo sbocco del torrente in pianura, in posizione dominante su uno sperone di gesso. Tra le località del parco è quella di più antica memoria, citata in un documento dell'VIII secolo come "Castro Gissaro, quod dicitur Britu". Appartenuto a Matilde di Canossa e poi passato a Bologna, venne distrutto e ricostruito varie volte, a testimonianza della sua importanza strategica. In località Settefonti si trova la Pieve di Pastino, attestata già nell'XI secolo; decaduta nel XV secolo e sopravvissuta solo come oratorio, fu poi trasformata in abitazione civile. Non lontano dalla pieve, sorgeva il monastero femminile di Santa Cristina, nelle vicinanze del lungo crinale tra i calanchi noto come "Passo della Badessa". Del monastero, demolito nel 1769, rimane memoria soltanto nella figura dell'Abbadessa Lucia, poi beata Lucia da Settefonti. Una romantica leggenda vuole che Lucia, dopo la morte, abbia miracolosamente salvato dalla prigionia in Terrasanta un giovane crociato della nobiltà bolognese, Diatagora Fava, che era solito risalire l'impervio crinale fino alla chiesa per intravvederla durante le funzioni religiose. I ceppi che imprigionavano il giovane e la salma di Lucia sono conservati nella vicina chiesa di Sant'Andrea. Nel luogo ove sorgeva il monastero fu eretto nel 1779 un pilastrino, dono del canonico Paolo Patrizio Fava Ghisilieri, poi ristrutturato, negli anni venti, da un suo discendente, il conte Alessandro Fava Ghisilieri.
Anche nelle alture gessose intorno alla Croara si trovavano centri fortificati: una scrittura del 1084 parla di un castello "quod vocatur Corvaria"; nei pressi della dolina della Spipola, la piccola comunità di Miserazzano possedeva una chiesa e forse un edificio fortificato, dove poi venne costruita la villa ottocentesca dei conti Negri. Lungo via della Croara rimane, infine, la chiesa omonima, che un tempo faceva parte dell'abbazia di Santa Cecilia del X secolo.
A seguito dell'opera di sensibilizzazione di alcuni pionieri, tra cui speleologi e naturalisti, il parco regionale venne istituito nel 1988 su iniziativa dei comuni di San Lazzaro di Savena, Ozzano, Pianoro e Bologna.
Nel 2022, il territorio del parco è stato proposto per la candidatura a sito patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.
L'estrazione del gesso nella storia
Al gesso si è fatto ricorso fin dalla preistoria, come documentano le tracce di estrazione e lavorazione della grotta Calindri, e poi in epoca romana per uso edilizio: di selenite erano numerosi edifici della Bononia romana e la prima cerchia muraria cittadina.
A partire dal XIII secolo, si sviluppò l'uso del gesso cotto come materiale da presa e impasto per stucchi. Il territorio interessato dagli affioramenti gessosi cominciò a essere scavato sistematicamente per ricavare pietra da taglio, in parte poi soppiantata nell'uso dall'arenaria, ma soprattutto materiale per la cottura e la macinatura. Dalle numerose, piccole cave a gestione familiare si passò, alla fine del XIX secolo, a un'attività meccanizzata ed in seguito allo sfruttamento industriale, con un pesante impatto sull'ambiente. Molte grotte vennero distrutte oppure ne venne irrimediabilmente compromessa la stabilità (come nel caso della grotta del Farneto). Di questa attività estrattiva rimane una traccia in una delle aree di sosta del parco nel comune di San Lazzaro, l'ex cava a filo.
Negli anni sessanta iniziò la dura battaglia per bloccare l'escavazione: i gruppi speleologici per primi, l'Unione bolognese naturalisti e il comune di San Lazzaro riuscirono nell'intento solo alla fine degli anni settanta, quando il territorio era ormai profondamente segnato. Oggi l'immagine della Croara dilaniata dalle gallerie e le pareti lisce e lucenti dei vari fronti di cava fanno ormai parte del paesaggio dei gessi.
Territorio Il territorio del parco si trova ad altitudini comprese fra 70 e 400 m s.l.m..
Il torrente Savena segna per un lungo tratto il confine occidentale dell'area protetta, che ad oriente si spinge sino al torrente Quaderna; nella sua parte centrale è sita la confluenza tra Zena e Idice.
La parte più occidentale racchiude vasti affioramenti gessosi con caratteristiche morfologie carsiche, mentre nel settore più orientale, i suggestivi calanchi del passo dell'Abbadessa interrompono con crinali drammatici le dolci pendici collinari. Per quanto profondamente intaccati in vari punti dalle passate attività estrattive, i gessi bolognesi rappresentano una delle principali emergenze naturali della regione e nascondono aree di particolare bellezza, la cui parziale conservazione è dovuta soprattutto alle forme accidentate, che non ne hanno mai consentito il pieno sfruttamento. Su queste colline, interessate da importanti collegamenti transappenninici fin dall'antichità, s'è sviluppata una viabilità di fondovalle e di crinale che, per le caratteristiche del territorio, ha favorito solamente l'insediarsi di piccoli nuclei abitati sparsi.
Doline, calanchi, altopiani, valli cieche e rupi rocciose modellano in maniera suggestiva il territorio lungo una fascia che, sviluppandosi in modo discontinuo trasversalmente alle valli, culmina verso oriente nell'imponente Vena del Gesso Romagnola (anch'essa parte del sistema delle aree protette regionali).
Per raggiungere il cuore del parco si attraversa un paesaggio dolcemente ondulato, movimentato dalla continua alternanza di aree coltivate e boscose che riflette la secolare presenza dell'uomo. Campi di frumento, erba medica ed altre colture occupano i pendii meno ripidi, disegnando forme irregolari e sinuose contrastanti con gli appezzamenti geometrici della vicina pianura; ai seminativi s'affiancano frutteti e vigneti un tempo rinomati. Tra le sparse case coloniche spiccano ville signorili e palazzi, spesso molto antichi e di pregevole architettura, protetti dalle chiome di pini domestici e di slanciati cipressi che, a volte, accompagnano anche le strade. Ma sono soprattutto le grandi querce, le siepi di prugnolo e biancospino e i primi lembi di bosco ad introdurre un paesaggio naturale che si sposa armoniosamente con quello agrario.
Posizione L'area del parco si estende per 4 815,87 ettari sulle prime pendici collinari a sud-est di Bologna, e comprende territori dei comuni di Bologna, San Lazzaro di Savena, Ozzano dell'Emilia e Pianoro. Le varie emergenze naturali, paesaggistiche e storiche sono agevolmente raggiungibili dalle strade di fondovalle che attraversano il parco e da molti punti della via Emilia tra San Lazzaro di Savena ed Ozzano.
Geologia I gessi bolognesi L'emergenza di maggiore rilievo del parco, intorno alla quale si è andato costruendo il progetto di tutela, è costituita dagli affioramenti dei gessi messiniani, che appartengono alla formazione geologica nota come Formazione gessoso-solfifera.
Il gesso degli affioramenti bolognesi si presenta in grossi cristalli con forma caratteristica, detta a coda di rondine o a ferro di lancia. La sua particolare cristallinità ha ingannato a lungo gli studiosi che tentavano di spiegare la genesi delle "gessaie bolognesi": ancora verso la fine dell'Ottocento era ritenuta una particolare roccia metamorfica. Oggi, invece, ricostruire la storia geologica dei gessi significa ripercorrere, attraverso uno sforzo dell'immaginazione, gli eventi straordinari che investirono l'intero bacino mediterraneo tra 4 e 5 milioni di anni fa. In quel periodo, il mar Mediterraneo rimase a più riprese isolato dall'Oceano Atlantico, probabilmente per l'abbassarsi del livello degli oceani, e nei periodi di isolamento l'evaporazione provocò il disseccamento del bacino, trasformandolo in una gigantesca e bianca salina. La "crisi di salinità" produsse effetti anche nelle aree vicine all'Appennino, determinando la formazione di diversi strati gessosi, attraverso ripetuti cicli di evaporazione.
Nel bolognese, soprattutto alla base della formazione, gli strati possono raggiungere spessori di 15 m; verso l'alto, invece, si fanno più sottili, segnalando fasi di evaporazione più brevi. La presenza, tra gli strati di gesso, di strati argillosi più scuri, spesso ricchi in sostanza organica, indica interruzioni cicliche nella precipitazione dovute a diluizione delle soluzioni marine. Nel parco, gli strati gessosi sono esposti lungo le scoscese falesie che chiudono la valle dell'Acquafredda, dove sono evidenti almeno tre banconate gessose di grande spessore, separate da fasce di vegetazione che sottolineano gli interstrati argillosi. Il luogo più significativo per osservare l'intera successione stratigrafica dei gessi è l'alveo dell'Idice, nel tratto dove il torrente li attraversa all'altezza di Castel de' Britti.
Doline, inghiottitoi e grotte
La natura solubile del gesso ha determinato in tutto il parco un esteso sviluppo dei fenomeni carsici, creando paesaggi unici, molto diversi da quelli delle colline adiacenti. Attraverso numerosi punti di assorbimento, come gli inghiottitoi ma anche le piccole fratture, il sistema idrologico sotterraneo si arricchisce continuamente, con effetti speleogenetici grandiosi. Le valli cieche si formano dove ha inizio l'affioramento dei gessi. Un piccolo solco vallivo, inciso su rocce non solubili (generalmente marnose), termina contro rupi gessose, e attraverso un inghiottitoio ha inizio il percorso sotterraneo delle acque: un vero e proprio torrente ipogeo.