San Pantaleone è una raccolta di novelle pubblicate da Gabriele D'Annunzio nel 1886 presso l'editore Barbera di Firenze.
Fa parte di un ciclo di racconti a sfondo abruzzese, composto da Terra vergine (1882) e da Il libro delle vergini (1884). Gran parte di queste novelle saranno rielaborate dallo stesso D'Annunzio per la raccolta definitiva Le novelle della Pescara, pubblicata nel 1902 dall'editore Treves.
Struttura e contenuto L'opera contiene un gruppo di 17 novelle che in buona parte andranno a confluire, a volte con nuovi titoli, nella nuova raccolta de Le novelle della Pescara (1902).
L'ambiente dannunziano è sempre l'Abruzzo del 1800, incentrato precisamente nella Val della Pescara, inclusi anche gli abitati di Chieti, Ortona, Francavilla al Mare e San Vito Chietino. A differenza del Libro delle Vergini, d'Annunzio rafforza la sua analisi della natura villana e pastorale degli abitanti abruzzesi di basso ceto, mostrandoli in tutto il loro aspetto selvaggio, violento e animalesco, raffigurando in particolar modo il metodo di questi pastori nel confrontarsi tra loro in particolari eventi, come feste, ricorrenze, tragedie e catastrofi naturali. Ciò che D'Annunzio ne desume è ferocia e rabbia contro il prossimo e contro ciò che è diverso dalla loro natura, nonché cieca superstizione cattolica e credenza sfrenata verso Dio sino all'autolesionismo.
Il tema è quello bucolico-pastorale della sua gente, raccontato attraverso la chiave verista di Verga. I titoli in questa raccolta sono: San Pantaleone Annali d'Anna L'idillio della vedova La siesta La morte di Sancio Panza Il commiato La contessa d'Amalfi Turlendana ritorna La fine di Candia I marenghi Mungià La fattura Il martirio di Gialluca La guerra del ponte. Capitolo di cronaca pescarese L'eroe Turlendana ebro San Làimo navigatore
San Pantaleone: è il santo patrono del paese di Miglianico (CH), poco distante da Pescara. D'Annunzio insieme all'amico Michetti soggiornò nel paese prima di scrivere le novelle, lo stesso Michetti realizzò una grande tela conservata nella Galleria d'Arte Moderna a Roma; il tema è la guerra di quartiere di due confraternite religiose. Il santo dai miglianichesi è molto venerato, sin dal 1566, quando il paese fu attaccato dai Turchi, e il miracolo del santo avrebbe fatto sì che la gente non venisse massacrata, e che la sua statua non fosse rimasta inviolata dagli infedeli. D'Annunzio mette per l'ennesima volta in scena il fanatismo religioso abruzzese, facendo contrapporre ancora una volta le confraternite: del Patrono e di un tal San Gonselvo, traendo spunto da fatti di cronaca realmente accaduti nel chietino e non solo. Nello scontro rimane gravemente ferito il popolano Pallura, che aveva chiesto dei ceri per il santo Pantaleone. La rabbia della gente monta, sospettando che autori del pestaggio siano stati i confratelli di San Gonselvo, e organizzano una spedizione punitiva, prelevando dalla cappella della parrocchia la statua di San Pantaleone, e soffermandosi davanti alla sede della confraternita nemica con urla e improperi. La chiesa viene presa d'assalto con le due torme di uomini che sorreggono le statue, e si compie una carneficina a suon di roncole e coltelli, finché non risulta vincitrice la confraternita di San Gonseolvo, dato che cade l'altra statua insieme ai confratelli.
Annali d'Anna: nelle Novelle della Pescara è la seconda, intitolata "La vergine Anna", e D'Annunzio intende raccontare quasi un secolo interno dell'Abruzzo chietino-pescarese, citando ad esempio le repressioni borboniche che ci furono a Pescara, i tumulti per le feste, le tradizioni popolari di Ortona per San Tommaso, ecc . Anna Minella nasce nel 1817, nel rione di Porta Caldari. Dopo un incidente nella Cattedrale di San Tommaso Apostolo nel 1823, durante la venerazione del Santo, essendo stata miracolata, Anna inizia i primi passi verso la strada della monacazione. I segnali si fanno ancora più evidenti quando Anna riceve la prima comunione, e in quest'occasione D'Annunzio ritrae il tipico topos della moltitudine di folla osannante, in un sentimento collettivo che sconfina nel fanatismo religioso, poiché le comari che avevano dormito sul pavimento della Cattedrale in occasione della festa patronale, per lo slancio di andare a venerare il busto reliquiario, finiscono schiacciate nella calca.Cresciuta, nel 1843 la ragazza diventa una raccoglitrice di olive, e si conosce con un ragazzo di Tollo con cui fa amicizia, nel frattempo il sentimento di pietà verso il prossimo si fa sempre più grande, così come l'avvicinamento a Dio, soprattutto dopo la situazione pietrosa in cui le muore l'asino di compagnia, barbaramente dileggiato dai contadini che infieriscono sulla carogna. Un male corporale inizia ad assillare Anna, sintomo della futura malattia del martirio, e fa voto di castità nella basilica di San Tommaso.Nel 1851 durante la festa del Rosario di Pescara, Anna s'ammala, ma pregando la Vergine rinsavisce immediatamente, provocando lo stupore generale. Nel 1865 in seguito alla morte del padre, Anna torna ad Ortona, e conosce nel lavoro Zacchiele, che la introduce allo studio elementare delle Sacre Scritture.Qualche tempo dopo i due iniziano ad amarsi e progettando di sposarsi, essendo una coppia "benedetta" per purezza spirituale. Nel 1857 una guerra tra confraternite pescaresi per la processione del Cristo, sconvolge Anna, tuttavia il capitano delle milizie riesce a mantenere la calma. L'episodio è interessante per la descrizione della chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, oggi non più esistente a Pescara, posta su via dei Bastioni.Sempre in quest'anno i due si sposano, ma Zacchiele muore nell'alluvione della Pescara presso Porta Giulia, nel quartiere Cappuccini; Anna prende la tragedia come un castigo divino per la rottura del patto di castità, nel 1858 il nuovo male infantile dei polmoni si rifà vivo, ma la vergine trova la guarigione pregando una lapide ritraente Cristo nella stanza. L'anno 1860 è quello del trasloco verso Ortona, nonché un pezzo di storia della città, descritto da D'Annunzio con minuzia, che precede l'annessione dell'Abruzzo al Regno d'Italia: le milizie delle caserme borboniche vengono evacuate, il re Vittorio Emanuele II giunge in città tra grandi clamori. Anna va a vivere nel convento dei Cappuccini, esercitando l'arte della medicina farmaceutica, e fa amicizia con frate Mansueto, con cui spesso si reca in pellegrinaggi, offrendo le sue cure agli ammalati.
Idillio della vedova: nelle Novelle corrisponde a "Veglia funebre". Ambientata a Castellammare Adriatico, comune accanto Pescara, con cui si unirà nel 1927, descrive il compianto funebre al sindaco Biagio Mila nella camera ardente. La vedova Rosa è disperata, accompagnata dal chierico Emidio, fratello di Biagio. Durante la veglia notturna, dopo alcune battute scambiatesi, Emidio cerca di calmare Rosa, e da qui la narrazione si sposta brevemente a descrivere come i due siano stati in passato amanti segreti. Tornando al presente, la figura del morto in decomposizione sembra istigare i due a un nuovo adulterio, tanto che Emidio fa la prima mossa, e una folata di vento spegne le fiamme dei ceri. Allora l'abbandono è completo. La siesta: corrisponde alla novella "Il traghettatore", nell'edizione del 1902. Donna Laura Albonico, sposata con un nobile per convenienza, quando aveva solo 18 anni ebbe un rapporto amoroso con il marchese di Fontanella, rimanendo incinte partorendo, senza però conoscere veramente suo figlio perché le fu immediatamente sottratto per evitare scandali. Passati molti anni, il marchese invecchia e arriva in punto di morte, e nel momento di spasimo finale, davanti a donna Laura, venuta a trovarlo riguardo al conto di suo figlio, viene a sapere che è un tal Luca Marino che vive a Pentima (ossia Corfinio). Ormai donna Laura è anch'essa anziana, sul punto di morire, e desidera andare a trovare il figlio che non ha mai conosciuto, e si mette in cammino, non senza gravi fatiche. Scopre che Luca fa il traghettatore sulla Pescara, e prosegue il viaggio, passando per un paese dove si assiste a una raccapricciante torma di vagabondi e miserevoli deformi che chiedono l'elemosina, fino a giungere alla sponda del fiume. Donna Laura non riesce a confidarsi con il figlio traghettatore, vinta dalla commozione, e dalla pausa di non riuscire a iniziare il filo del discorso, così arriva all'altra sponda del fiume, mentre i malati cenciosi di poco prima rincorrono la barca, aizzando un ritardato mentale a chiedere l'elemosina, al punto quasi di aggredire donna Laura, che proprio nel momento in cui Luca torna dall'altra parte del fiume, si getta in acqua per raggiungerlo, in un impeto di amore materno. Purtroppo però affoga, e viene ritrovata da Luca, tornato a riprenderla, quando si accorge di qualcosa che urta costantemente contro la barca. La morte di Sancio Panza: corrisponde nelle Novelle, a "Agonia". rappresenta la summa della sofferenza umana del gruppo di novelle dannunziane dove chiaramente è ripreso il naturalismo macabro presente nella raccolta Terra vergine (1882), mediante la metafora animalesca, dato che qui il bambino è paragonato a un macaco inebetito incapace di parlare. La scena è semplice, in una famiglia alto borghese un bambino di nome Sancio è gravemente ammalato, colto da meningite acuta con paralisi della mandibola. L'eccessiva e cieca premura della madre e della cognata non sembrano dar conto all'ultimo desiderio del bambino, di accarezzare il cane, e quanto più Sancio si avvicina ad esso, assai maggiormente la mamma si allontana dalla bestia, finché Sancio non muore di stenti, consumando le ultime forze tendendo le mani verso la bestia. Il commiato: verrà ripreso nel 1889 per il romanzo Il piacere, cap. 1 del libro I. La scena è quella del commiato di Andrea (futuro Andrea Sperelli) ed Elena sua amante. La scena è molto breve, nel romanzo verrà ampliata con più particolari: i due si stanno lasciando sopra un ponte, probabilmente il ponte di ferro sulla Pescara, prima che Elena parta dalla stazione. Però ha sete, e i due si recano in un'osteria: qui avviene l'introduzione del naturalismo dannunziano, la descrizione miserevole dei clienti, degli uomini attorno a un braciere, di un infante ammalato che sta per morire di fame per il suo grave male. I due giovani inorriditi escono dall'osteria e si danno l'addio.